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Appello contro la privatizzazione dell'acqua in Campania

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Climate change, l'Italia sarà in grado di adattarsi?

Mentre l’Italia é impegnata a seguire il dibattito sulla riforma del Senato, il resto del mondo si concentra  sui dati diffusi dall’IPCC sui cambiamenti climatici, e [...] [leggi tutto]

Rinnovabili: le aziende che rischiano e ce la fanno nonostante la crisi

In seguito alla pubblicazione dei dati del XII rapporto: “Gli italiani e il solare”, abbiamo ricevuto questa interessante testimonianza che abbiamo deciso di pubblicare. ITALIA. [...] [leggi tutto]

La pizza patrimonio dell'Umanità

La pizza, piatto tipico della cucina italiana, o meglio napoletana, ha in sé il potere e l’armonia dei quattro elementi naturali citati su questo sito. [...] [leggi tutto]
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L’Italia non spenga il sole
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L’acqua di Gela è inquinata da coliformi fecali. E il Sindaco ordina di non bere.

31 dicembre 2008 14:58

Il sindaco di Gela ha emesso un’ordinanza, che obbliga i cittadini a utilizzare l’acqua solo per i servizi igienici.

In città l’acqua E’ dichiarata non potabile da diversi anni per l’alto contenuto di ferro e la temperatura elevata. L’acqua distribuita nella rete idrica di Gela, infatti, è inquinata da batteri “coliformi fecali”. Lo hanno accertato le analisi del laboratorio dell’Arpa di Caltanissetta.

A Gela, l’acqua è dichiarata non potabile da diversi anni non solo per l’alto contenuto di ferro, ma anche per la temperatura elevata con cui il dissalatore la immette nella rete idrica.

Un paese abusivo alle porte di Roma: 117 le case illegali e 193 gli indagati.

 14:56

In una zona classificata come agricola è sorto dal nulla un intero paese: 117 edifici costruiti su 16 lottizzazioni abusive per una superficie pari a 131 ettari a pochi chilometri dal centro di Riano, piccolo Comune alle porte della Capitale.
La Procura di Tivoli indaga; il Corpo forestale ha eseguito un maxi sequestro e 193 persone sono iscritte nel registro degli indagati.
Tra questi figurano i titolari delle singole concessioni edilizie, i direttori dei lavori, i costruttori e alcuni funzionari dell’Ufficio tecnico del Comune di Riano.

E nel trapanese la mafia mette le mani sui fondi per la costruzione del Resort Residence Xiare.
Il vicesindaco di Valderice è tra i destinatari dei nove ordini di custodia cautelare emessi dalla Procura di Palermo nell’ambito dell’operazione ‘Cosa nostra resort’ condotta dalla squadra mobile e dalla Guardia di finanza di Trapani.
Dall’inchiesta emerge che le cosche mafiose trapanesi erano riuscite, attraverso prestanome, a mettere le mani sui finanziamenti pubblici della Provincia di Trapani e della Regione siciliana per la realizzazione del resort “Residence Xiare srl”.
Uno dei provvedimenti è stato notificato in carcere all’imprenditore, che avrebbe ordinato dal carcere le variazioni d’intestazione dei beni per evitarne il sequestro e avrebbe indicato i politici da contattare per ottenere “favori”.
L’imprenditore è ritenuto vicino al capomafia latitante Matteo Messina Denaro. Gli investigatori hanno accertato che l’imprenditore, con la complicità di consulenti ha occultato i propri beni, tentando di condizionare settori politici e istituzionali, al livello locale, regionale e nazionale, su strategie imprenditoriali.
Il Gip del Tribunale di Palermo ha anche ordinato il sequestro di otto società il cui valore ammonta a complessivi 30 milioni di euro. Nel siracusano Ë stata sequestrata una struttura da 500 posti letto in costruzione in prossimità del borgo marinaro di Marzamemi.
Il sequestro riguarda un piano seminterrato di 3.500 metri quadrati costruiti oltre ai due previsti nella concessione.

123milatonnellate di rifiuti pericolosi stoccate in Trentino. Interviene la Forestale.

 14:55

La Procura di Trento ha avviato un’inchiesta, che ha portato al sequestro di 123mila tonnellate di rifiuti anche pericolosi stoccati illegalmente in zone poco lontane dal Borgo Valsugana.
Otto persone sono finite agli arresti poichè le Forze dell’Ordine hanno rinvenuto tra i rifiuti residui di lavorazione di acciaierie, di cartiere e limi di lavorazione del marmo, questi ultimi contenenti lo stirene, sostanza ritenuta cancerogena.
Le indagini comprendono un area assai estesa: Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia e Veneto.
Negli illeciti sono coinvolti intermediari e tecnici di laboratorio, che certificavano falsamente come idonei rifiuti in realtà non conformi e spesso pericolosi. In questo modo i rifiuti da speciali diventavano semplici inerti e il risparmio sullo smaltimento era garantito.
Analogamente avveniva a Rivazzano (Pavia).
In un anno sono stati trasportati illegalmente 13 milioni di chili di rottami ferrosi, miscelati con rifiuti pericolosi. I trafficanti facevano base a Rivazzano (Pavia), ma operavano in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Toscana. Sono tre gli ordini di custodia cautelare in carcere eseguiti, 15 gli indagati e 25 le perquisizioni svolte in giugno nelle regioni interessate.
Il materiale ferroso pesantemente inquinato, ma con documenti attestanti la regolarità, veniva consegnato nelle acciaierie evitando così i costi di selezione e di smaltimento dei rifiuti pericolosi derivati dal recupero. L’impiego in buona fede in fonderia di materiale inquinato  E’ causa di ulteriori dannose emissioni inquinanti in atmosfera.
In altri casi i rifiuti, tramite altre società compiacenti, venivano inviati in paesi extraeuropei, come la Cina. Anche in Lombardia si processa la gestione dei rifiuti.
Sei imprenditori sono accusati dalla Procura di Milano di aver trattato rifiuti pericolosi come se non lo fossero, incassando il risparmio che derivava dal mancato trattamento nei loro impianti; li avrebbero in seguito conferiti in diverse discariche in Italia e all’Estero, classificandoli come rifiuti speciali non pericolosi. La vicenda riguarda due aziende lombarde, la Acr e la Officine ambientali. La prima gestiva l’impianto di smaltimento di Robecchetto con Induno, nel Milanese. I loro responsabili sono accusati di aver ritirato dal Comune di Milano e da altri in Lombardia, fino al settembre del 2007, oltre 48 tonnellate di cosiddette “terre di spazzamento strade”, con una “alta concentrazione di idorcarburi totali”, “senza particolari trattamenti idonei a modificarne la pericolosita”. A questo si aggiunge l’accusa di aver “depositato Eternit contenente amianto, in un area non autorizzata”.
E dall’Abruzzo circa 150.000 tonnellate di rifiuti pericolosi, non segnalati come tali, sono finiti in diverse discariche italiane: un guadagno non inferiore a 3 milioni di euro derivante dal mancato trattamento e quindi dal minor costo per smaltirli.
Con l’operazione “Quattro mani” la procura di Chieti e Noe di Pescara hanno disarticolato un’organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti con base in Abruzzo e diramazioni in diverse regioni italiane. 36 le persone deferite all’Autorità Giudiziaria dopo due anni di indagini.
Nel traffico sono coinvolti l’impianto di trattamento rifiuti della Seab di Chieti, tre ditte di trasporto operanti in Campania, Toscana e Abruzzo, tre laboratori di analisi in Abruzzo e Puglia, sei impianti di smaltimento in Puglia, Toscana e Abruzzo, cinque inceneritori fra Italia e Germania.
Ci sono problemi anche in Liguria. Sono state sequestrate, infatti, 100.000 tonnellate di rifiuti costituiti prevalentemente da polverino d’acciaio e circa 5.000 tonnellate di pasta di zolfo. A quattro manager dell’Ilva di Genova si contesta di averli stoccati senza autorizzazioni. Il materiale sequestrato, residui della attività dell’altoforno, chiuso in modo definitivo nel 2005, era stato accumulato tra il 1998 e il 2005. Nonostante fosse stato in parte smaltito, sia attraverso l’eliminazione sia con il recupero del ferro dal polverino, l’accumulo aveva superato in grande misura le quantità indicate dalla legge.

Le navi dei veleni riemergono

 14:53

Le navi dei veleni riemergono dalla memoria di chi vuol conoscere la verità. Erano imbarcazioni affondate con il loro carico tossico al largo dei mari italiani. Esiste un Comitato per la verità, che chiede al Governo e al Parlamento di intervenire a supporto delle indagini in corso.

Tra il luglio e il novembre del 1985 sparisce la motonave Nicos 1 partita da La Spezia e mai giunta a destinazione. Nell’ottobre del 1986 la nave Mikigan, partita dal porto di Marina di Carrara, affonda nel mar Tirreno calabrese con un carico sconosciuto di cui è certa solo la presenza di granulato di marmo. Nel settembre del 1987 la motonave Rigel fa naufragio a 20 miglia da Capo Spartivento. Un procedimento giudiziario per truffa ai danni della compagnia assicurativa accerta che si trattò di uno strano affondamento: la merce dichiarata per ottenere il risarcimento del danno non era in realtà mai salita a bordo. Nel dicembre del 1988 si verificò l’affondamento della nave Four Star I, battente bandiera dello Sri Lanka in un punto non noto dello Jonio meridionale, durante il viaggio da Barcellona ad Antalya (Turchia).

Nell’agosto del 1989 la motonave maltese Anni affonda in Alto Adriatico durante il viaggio dal Pireo a Ravenna, in acque internazionali. Nel dicembre del 1990 la nave Jolly Rosso si trova in difficoltà al largo di Vibo Valenzia, viene trainata e finisce per spiaggiarsi a Capo Sudero.
Nel febbraio del 1991 affondava la motonave Alessandro I nei pressi di Molfetta: la responsabilità è attribuita ad un errore del comandante, mentre i dati tecnici hanno dimostrato che la stabilità della nave era tale da rendere possibile l’ingavonamento (ossia la disposizione sul fianco).
Nel maggio del 1993 all’altezza del canale di Sicilia affonda la motonave Marco Polo. Alcuni container “persi” dalla motonave vengono trovati quasi un anno dopo in mare, al largo delle coste della Campania. Dalle misurazioni effettuate è stata riscontrata una radioattività da torio 234, con valori almeno cinque volte sopra la media.

Nel marzo del 1994 inizia il viaggio della nave Korabi Durres dal porto di Durazzo: il carico ufficialmente è denunciato come rottami di rame. La Capitaneria di Porto di Palermo effettuano rilievi per valutare eventuali tracce di radioattività: il controllo dà esito positivo, e il carico di radioattività risulta superiore ai limiti previsti dalla legge. Viene negato alla nave il permesso di scaricare il proprio carico e di entrare nel porto di Palermo. Il 9 marzo la nave riparte da Palermo con destinazione Durazzo, ma il 10 la nave compare nelle acque di Pentimele, nei pressi di Reggio Calabria, senza presentare tracce di radioattività ai nuovi controlli delle autorità marittime. Parte cosÏ l’inchiesta giudiziaria per accertare un eventuale scarico in mare da parte della suddetta nave.

Nella “Terra dei fuochi”.

 14:52

Tonnellate di rifiuti speciali venivano sversati nelle campagne del napoletano e del casertano e poi dati alle fiamme.
Il Noe ha eseguito 20 ordinanze di custodia sequestrando 7 impianti e 8 autocarri.
Indumenti e accessori da destinare allo smaltimento venivano abbandonati e dati alle fiamme; in atmosfera si liberavano sostanze pericolose, che avvelenavano i terreni.
Il materiale prelevato sottoforma di balle da 250 kg circa, era trasportato da camion nei luoghi di smaltimento illegale. I criminali gestivano il traffico da anni, con l’utilizzo d’impianti e automezzi, nonostante i ripetuti sequestrati effettuati dai Noe di Napoli.
Un sistema di staffette organizzate li avvertiva della presenza delle Forze dell’Ordine. Il danno provocato va oltre l’inquinamento permanente dei terreni e delle falde acquifere: l’incendio infatti non riguardava solo le stoffe, ma anche le plastiche e le colle con le quali sono fabbricate le scarpe.
E i Carabinieri di Caserta bloccano anche un traffico di rifiuti verso l’Africa. Hanno arrestato due persone sorprese a disfarsi di un grosso carico di copertoni usati. Il materiale era destinato a un deposito abusivo di rifiuti speciali del Napoletano, dove erano stipati altri 20.000 copertoni destinati al porto di Napoli per essere imbarcati e inviati in Africa, dove sarebbero stati smerciati illegalmente.

Il 2009: una bella sfida per la Luce.

 14:48

Nelle antiche tradizioni misteriche precristiane questo momento dell’anno aveva un sapore del tutto speciale.
Il Sole compiva nel cielo il suo arco più piccolo, la notte era ben più forte del giorno.
La tenebra dominante rispetto alla luce…
Dal punto vista spirituale – quello principale per l’umanità antica – era un momento di grande riflessione: i lavori nei campi erano fermi, si passavano molte ore in famiglia, in casa, davanti al fuoco. A parlare, a riflettere…
Lo stesso metabolismo della Grande Dea Madre, della Piante e degli Animali era rallentato. E così era anche per gli uomini e per le donne.
Tutti sapevano o sentivano che questa situazione di tenebra e di rallentamento delle forze vitali era il terreno migliore per coltivare qualcosa di piccolo, di tenero e delicato, ancora in embrione: il proprio essere spirituale, quello che veniva chiamato il proprio “bambino interiore”.
Nei giorni precedenti il Solstizio d’Inverno (dal 21 al 23 dicembre), cresceva questo desiderio che dalle tenebre nascesse qualcosa di buono, di caldo e di gioioso. E quando al Solstizio il Sole ricominciava a crescere e a riconquistare spazi al buio, si sentiva che qualcosa di luminoso e di nuovo stava entrando nel cosmo, nella natura e nelle coscienze….
Per questo poi nel Natale cristiano la nascita del Bambino di Luce è stata posta proprio in questi giorni.
In effetti il nuovo anno nasce dagli auspici di crescita del proprio bambino interiore che partono proprio dalla notte più lunga.
Questo vale anche nella vita di tutti noi: spesso dobbiamo aspettare la tenebra di una forte crisi personale. Altrimenti non ci decidiamo mai a cominciare a pensare seriamente a come far brillare il nostro bambino interiore e a come impostare una esistenza più saggia della precedente.
La notte interiore, la notte del mondo, la notte del cosmo sono sempre apparse necessarie ad attenuare lo scintillio dei miraggi della vita materiale…
E per scorgere finalmente la piccola luce della nostra coscienza in timida crescita. Come si presenta ora il quadro di questo nuovo anno?
In apparenza molto buio: gravi tensioni internazionali sparse per il mondo, una crisi economica galoppante dagli esiti incerti, governi esitanti su come affrontare i prossimi mesi di emergenze.
Per noi che amiamo Madre Terra si aggiunge il problema di sapere che quando la situazione economica si fa critica – o i soldi servono per fare le guerre – uno dei primi settori ad essere sacrificato è quello dell’ambiente. Un forte senso di ansia e di spaesamento è comunque in crescita in tutto l’Occidente…
Alcune speranze ci sono, come quelle legate al prossimo avvento di Obama alla Presidenza degli Stati Uniti… ma tutte da verificare.
Quanto potrà o vorrà fare Obama nell’affrontare una situazione che è realmente pesante e difficile? La situazione appare in definitiva proprio “tenebrosa”.
Viste invece dal punto di vista spirituale, le cose non appaiono affatto negative, anzi… I percorsi spirituali non riguardano solo gli individui, ma anche la coscienza complessiva dell’Umanità.
E questo 2009 si apre proprio presentando una situazione idonea a stimolare le forze delle coscienze individuali e di quella collettiva.
Sembra proprio uno di quei periodi di tenebra, di rallentamento, che possono facilitare i processi di crescita. Come una di quelle malattie che ci bloccano a letto, che ci obbligano a fermarci, e che ci costringono a pensare al senso di quello stiamo facendo della nostra vita…
Ecco, forse questo è l’augurio giusto per il 2009: che l’Umanità, costretta a rallentare, costretta a fare a meno di tanti elementi superflui, costretta ad un certo tasso di accresciuta sofferenza, trovi le forze per fermarsi un momento, a pensare: “Ha un senso la mia corsa dissennata alla conquista di beni spesso inutili?
Ha senso mantenere questi ritmi frenetici di vita e di predazione delle risorse di mia Madre Terra?
Ha senso farlo senza nemmeno distribuire le risorse ed alimentando povertà, conflitti, paura e dolore?”
Dobbiamo sperare che la crisi finisca così come è cominciata – e tutti riprendano tranquillamente la stessa corsa dissennata ?
O non possiamo invece augurarci che da questo prossimo anno di rallentamento forzato nasca la luce di un nuovo modo di pensare?
Più attento e più amoroso nei confronti di se stessi, del prossimo e della Natura?
Sì, questo l’augurio per il prossimo anno: che ognuno di noi trovi in queste tenebre le forze per riflettere e per cambiare finalmente in modo più saggio la propria vita. E che questo generi l’avvio di un’onda planetaria di trasformazione delle coscienze.
Dal buio la Luce.

Il riciclo eco-efficiente in Italia

 14:47

Realizzato nell’ambito del Kyoto Club a cura di Duccio Bianchi dell’Istituto di Ricerche Ambiente Italia è uscito, anche quest’anno il rapporto su Riciclo eco-efficiente in Italia.
Performance e scenari economici , ambientali ed energetici.
La trasformazione dei rifiuti in materie prime secondarie costituisce oggi un indispensabile fonte di approvvigionamento per una parte significativa del sistema industriale e dimostra come l’industria del riciclo non sia più un pezzo del sistema di gestione dei rifiuti, bensì una componente del sistema industriale economico nazionale.
L’economia del recupero riciclo è cresciuta in Europa di ben 50 punti percentuali e contribuisce in modo sostanziale all’eco-efficienza generale del sistema e aiuta a contenere potentemente la quantità di rifiuti da mandare a smaltimento.
Le politiche di riciclo sono strettamente correlate con il risparmio energetico, il ricorso a fonti rinnovabili e la riduzione delle emissioni climalteranti.
Oggi tutte le istituzioni dovrebbero rendersi conto di quanto sia strategico andare nella direzione del riciclo eco-efficiente. Innovazione tecnologica, creazione di nuovi prodotti, sviluppo di eco-design e sviluppo delle imprese costituiscono elementi fondamentali per lo sviluppo di una nuova economia ad alto valore aggiunto.
E  – mentre in Italia l’indice della produzione industriale manifatturiera ha subito una contrazione del 4% – l’indice delle attività di riciclaggio è cresciuto del 17,2%.
Il valore della produzione del settore del riciclaggio ha raggiunto in Italia, nel 2005 circa 4,2miliardi di euro con una crescita del 13% rispetto all’anno precedente.
Anche gli altri indicatori economici segnalano una forte crescita nel settore : le imprese sono aumentate del 13%, , gli occupati del 47% ( circa 13.000 nel 2005), senza considerare gli addetti alla raccolta e gli addetti delle industrie utilizzatrici del materiale del riciclo.
Il valore del riciclo dei metalli valeva nel 2005 1.968 milioni di euro. L’insieme degli altri settori è passato dal valore di 485 milioni di euro a 2215 milioni di euro triplicando gli occupati che contano oggi circa 7900 addetti.
E l’Italia oggi è paese importatore di materie prime seconde : si importa carta da macero dalla Cina passando da 1,6 a 22,5 milioni di tonnellate.
Si importano rifiuti di plastica da 1,5 a 6,9 milioni di tonnellate. Le importazioni di rottami ferrosi sono passate da 1,8 a 10 milioni di tonnellate, quelle di alluminio da 300.000 a 2 milioni di tonnellate. Esportiamo i rifiuti e importiamo materie prime seconde.
Non ha molto senso. Ma i nostri rifiuti dovrebbero essere anche i nostri giacimenti di ricchezza.
Per fortuna migliorando i sistemi di raccolta sono anche migliorate le performance del riciclo, la strada è ancora molto in salita.
Anche il forte incremento dei prezzi delle materie prime ha ridato slancio all’attività del riciclo. Nel 2006, grazie al riciclo , 8 milioni di tonnellate di rifuiti sono stati riutilizzati per una quota del 75, 80%.
Tutto questo ha comportato benefici ambientali straordinari : riduzione dell’estrazione di risorse non rinnovabili, riduzione della perdita di biodiversità, riduzione dei consumi energetici pari a 15 milioni di TEP e minori emissioni di CO2 pari a 55 milioni di tonnellate equivalenti, riduzione delle emissioni atmosferiche inquinanti, riduzione dei consumi idrici con conseguente danno ambientale evitato Come è dimostrato dallo studio, un ulteriore sviluppo del sistema del riciclo in Italia potrebbe ulteriormente ridurre i consumi energetici di 5 milioni di TEP ( pari al 32% dell’obiettivo di efficienza energetica al 2020 e di ridurre ulteriormente le emissioni di CO2 di oltre 17 milioni di tonnellate ( pari al 18% dell’obiettivo nazionale di riduzione al 2020). Lo studio risulta molto importante e unico per quel che riguarda l’analisi della raccolta e riciclo dei diversi materiali post-consumo ( carta, vetro, legno, alluminio, metalli ferrosi, gomma e pneumatici, batterie esauste, oli usati, Raee, rifiuti inerti, rame. Risulta invece discutibile nello studio la descrizione dei nuovi scenari di gestione dei rifiuti al 2020, in quanto risulta troppo sottovalutato il contributo dei trattamenti meccanico-biologici e della co-combustione di CDR in impianti cementifici e in centrali termoelettriche, degli impianti di compostaggio e di digestione anaerobica. Infine una crescita dei rifiuti che si stima intorno al 1% annuo a perimetro costante non tiene conto sia della crisi economica che delle politiche che dovranno in un qualche modo essere messe in campo sia dalle istituzioni europee che da quelle nazionali e locali, assieme ad un incremento della raccolta differenziata che dovrà raggiungere il 65% già entro il 2012.
Dunque descrizione di uno scenario poco ambizioso quando , invece , il programma di Obama già parlava della strategia rifiuti zero.


Pinuccia Montanari

Indicazione bibliografica : Il riciclo ecoefficiente : Performance e scenari economici, ambientali ed energetici : Rapporto realizzato nell’ambito del Kyoto Club e promosso da GIAL, Cobat, Comieco, COOU, CNA, Corepla, Federambiente, Fise UNIRE, MP Ambiente/ a cura di Duccio Bianchi ; Istituto di ricerche Ambiente Italia. Milano, Edizioni Ambiente Srl, 2008 ù

Picco del petrolio reale, illusioni virtuali. La parola alla Iea

 14:45

La notizia è di quelle che avrebbero dovuto scuotere il mondo dell’energia eppure tutto è passato sotto silenzio: il World Energy Outlook dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Iea), in pratica il termometro energetico del Mondo, ha avuto, per la prima volta, come focus principale il tasso di declino della produzione mondiale di greggio.
E i dati non sono incoraggianti.
La Iea, infatti, stima che il declino della produzione, utilizzando i dati dei 800 più grandi giacimenti di petrolio, compresi i 54 supergiganti, sarà del 8,6% annuo nel 2030, percentuale che potrebbe “scendere” al 6,4% se le compagnie petrolifere investissero, cosa che con il barile a 50 dollari è poco probabile, nella ricerca di nuovi giacimenti.
La notizia è stata ripresa dal Guardian e dal Financial Times in anticipo rispetto alla data di presentazione del rapporto, il 12 novembre 2008 e la Iea si è affrettata a smentirla, forse per non turbare i mercati, per poi confermarla nel rapporto solo una settimana dopo.
Ma il dato era comunque nell’aria visto che in una recente presentazione dell’agenzia stessa si ipotizzava una diminuzione “solo” del 5% annuo. In parole povere se il declino tendenziale dovessero essere “solo” del 5% annuo in soli cinque anni, ossia nel 2014, ci si troverebbe a fare i conti con una capacità produttiva delle risorse esistenti diminuita del 25%: un quarto secco. Vero è che il rapporto è pieno di condizionali che sembrano fatti apposta per rassicurare il mercato energetico del tipo: «Complessivamente le risorse sarebbero abbondanti, ma non c’è nessuna garanzia che esse saranno sfruttate in tempo, per soddisfare la domanda prevista». Ma verso la conclusione il rapporto recita: «A fronte di tutti gli elementi di incertezza sottolineati in questo studio, possiamo essere certi che nel 2030 il mondo energetico sarà molto diverso da quello attuale». E la Iea ne ha anche per il nucleare. Da oggi al 2030, infatti, l’atomo, perderà peso secondo l’agenzia, sulla domanda di energia primaria, passando dal 6% del 2008, al 5% del 2030, nonostante la realizzazione di nuove centrali, specialmente nei Paesi emergenti. In termini di produzione elettrica il nucleare registrerà un calo, dal 15% al 10%. Questi numeri parlano chiaro. Il nucleare non solo non è la soluzione, ma non avrà nemmeno la mera funzione di mitigazione delle tensioni energetiche future. Lasciando da parte le questioni tecniche che pure hanno un peso rilevante, c’è da chiedersi come mai nessun media italiano, agenzie stampa comprese, abbia ripreso una notizia di questa caratura, vista anche l’autorevolezza delle fonti. La cosa non stupisce, visto che la tesi del picco del petrolio, non viene presa in considerazione neanche da trasmissioni “battagliere” come Report. Nella trasmissione del 19 ottobre 2008, infatti, il picco del petrolio viene liquidato in due battute dall’ex direttore della programmazione di Eni, Marcello Colitti che afferma, senza contradditorio: «Io non sono molto convinto di questa teoria (il picco N.d.R.) perché le cose che si scoprono domani, oggi non si sanno, è molto semplice. E l’industria petrolifera si è sempre basata sulle sorprese». Del resto come sorprendersi se dal Governo arrivano dichiarazioni come quelle rilasciate all’Ansa il 29 ottobre 2008 nella quale il Presidente del Consiglio afferma: «La televisione pubblica, che dovrebbe cooperare perché le cose vadano al meglio, adesso è il principale punto di diffusione del pessimismo». E il capo del Governo si riferisce a notizie sulla crisi dei mutui e sulla scuola. Se questo è l’input dato dall’esecutivo ai media in materia di cronaca giornalistica possiamo tranquillamente aspettarci che la teoria del picco del petrolio rimarrà accuratamente chiusa nei cassetti, fino a quando non esploderà in tutta la sua evidenza. Forse sarebbe meglio dotarsi di strumenti, come l’efficienza energetica e le rinnovabili, in grado di controbilanciare il declino delle fonti fossili, come si sta facendo in Gran Bretagna, in Francia e in Germania, andando sulla linea, soprattutto, della nuova amministrazione statunitense. Oppure prendere semplicemente sul serio le conclusioni della Iea che affermano: «Il tempo sta finendo ed è giunto il momento di agire. Ora e subito». Sembra di ascoltare non la Iea, che storicamente si è distinta per una prudenza e un conservatorismo energetico da più parti giudicati eccessivi, ma un’associazione ambientalista. Forse anche l’utilizzo di questi linguaggi da parte dell’Agenzia è segno che i tempi stanno cambiando. Quasi per tutti. Sergio Ferraris, giornalista scientifico

Urge una pianificazione del territorio

 14:37

L’Italia è, a livello europeo, un Paese fortemente soggetto a frane ed alluvioni. Ad una elevata pericolosità naturale, dovuta alle particolari condizioni geologiche e morfologiche, che tendono a favorire lo sviluppo di tali fenomeni, si somma la presenza di un tessuto infrastrutturale, sociale ed economico che si è sviluppato in maniera diffusa e disordinata, spesso abusiva. Questo, in assenza di adeguati strumenti di pianificazione, ha comportato l’inarrestabile aumento di danni e vittime. Dal 1918 ad oggi si sono verificate oltre 5.000 grandi alluvioni e 12.000 frane, con una media di oltre 220 fenomeni all’anno, uno ogni 36 ore. Solo negli ultimi 50 anni, 3500 persone hanno perso la vita (2500 per frane e oltre 1000 per alluvioni). Ciò significa quasi 7 vittime al mese. Attualmente,il 9.8% del territorio nazionale è classificato ad elevato rischio per alluvioni, frane e valanghe (29.517 Kmq), coinvolgendo 6.633 comuni italiani (81.9%), con centri urbani ed importanti infrastrutture e aree produttive, strettamente connessi con lo sviluppo sociale ed economico del Paese. Solo negli ultimi 30 anni sono stati spesi oltre 100 miliardi di Euro per fronteggiare queste calamità. I costi per la messa in sicurezza dell’intero territorio italiano, stimati dai Piani per l’Assetto Idrogeologico redatti dalle Autorità di Bacino, sono stimati in circa 42 miliardi di Euro. Solo una minima parte di tali risorse, necessarie alla messa in sicurezza del Paese, sono state a tutt’oggi reperite.

Tali cifre corrono il rischio di risultare inadeguate e non descrivere esaustivamente la vera “dimensione” del futuro dissesto idrogeologico in Italia. In questo contesto, tutte le analisi scientifiche sui cambiamenti climatici in atto ed attesi per il futuro, sembrerebbero comportare un peggioramento delle condizioni di pericolosità geologica ed idraulica del territorio. In particolare, si prevede, nel quadro di una diminuzione generalizzata delle precipitazioni, l’incremento di piogge intense e di breve durata. Questo favorirà l’innesco di fenomeni franosi ed alluvionali a rapida evoluzione (cfr. Sarno), difficili da localizzare nella loro ubicazione e capaci di generare gravissimi danni e vittime.
Inoltre, le trasformazioni antropiche del territorio sembrerebbero risultare, insieme agli eventi meteorici ed alle sollecitazioni sismiche, una importante causa scatenante dei fenomeni franosi ed idraulici estremi, risultando però, al contempo anche le vittime predestinate di tale sviluppo urbanistico disordinato. Particolarmente preoccupante in molte regioni del mezzogiorno, il fenomeno dell’abusivismo edilizio che, favorito dai periodici condoni, ha portato ad edificare abitazioni private in aree potenzialmente suscettibili di colate di frango e frane rapide a veloce innesco.
A valle di tali considerazioni dovranno essere sviluppate tutte quelle azioni capaci di limitare i danni futuri alla popolazione, sviluppando oggi politiche di adattamento ai cambiamenti climatici basate su strumenti efficaci di pianificazione e gestione in sicurezza del territorio. L’obiettivo è quello di ridurre i costi attesi degli interventi post-emergenziali, trasformandoli preventivamente in interventi di manutenzione ordinaria del territorio, attraverso un restauro degli ambienti fluviali, e dei versanti, che recuperi ad essi, ovunque possibile, le proprie caratteristiche di naturalità. Questo presuppone importanti interventi e cambiamenti d’uso del suolo a livello di bacino, il riordino naturale degli afflussi e, dove necessario, l’impiego di opere di ingegneria a limitato impatto ambientale. In questo approccio si vuole quindi prefigurare sia un nuovo modo di gestire le risorse disponibili, come pure l’identificazione ed il recupero di risorse finanziarie aggiuntive, necessarie ad una efficace politica di adattamento ai cambiamenti climatici e di riduzione dei danni attesi.
In conclusione, i cambiamenti climatici in atto impongono scelte radicali che spostino gli strumenti di protezione delle popolazioni dal dissesto idrogeologico dalla gestione dell’emergenza alla pianificazione e gestione del territorio.

La Maddalena, bruciante sconfitta per il movimento antiparco

 14:36

“Referendum contro il Parco, flop alla Maddalena”: tutti i quotidiani sardi sono unanimemente concordi nel sottolineare il dato concreto che è emerso dalla consultazione popolare tenutasi dall’1 al 7 dicembre per volontà del Comune di La Maddalena, a seguito di una raccolta firme promossa dal movimento antiparco circa un anno e mezzo fa. Il numero dei votanti è stato pari a 1009, corrispondente al 10,55% degli aventi diritti al voto, quindi sensibilmente inferiore al 10% della popolazione complessiva di La Maddalena e sotto qualsiasi soglia di rappresentatività, anche in considerazione del fatto che – a differenza di qualsiasi altra operazione di voto – la consultazione ha avuto una durata di ben 7 giorni ed è stata ampiamente promossa e divulgata (con manifesti, lettere inviate alle famiglie, etc.) direttamente dall’amministrazione comunale, la quale auspicava chiaramente un’ampia affluenza da parte della popolazione, inviata a recarsi a votare con “sincera e convinta partecipazione”; la divulgazione dell’evento sulla carta stampata è stata assicurata anche da alcuni quotidiani durante le operazioni di voto, con un contraddittorio praticamente inesistente.
Trattandosi di un voto di protesta non sorprende il fatto che il 90% di coloro che hanno votato abbiano espresso il proprio “no” al Parco, ma complessivamente solo il 9% degli aventi diritto al voto si è espresso in modo contrario. Il dato più significativo è infatti quello dell’astensionismo, pari all’89,45%: la maggioranza dei votanti ha evidentemente condiviso le posizioni del Presidente del Parco Giuseppe Bonanno che ha da sempre illustrato le motivazioni per cui la consultazione non poteva essere considerata uno strumento atto a superare le problematiche del territorio, ma solo una perdita di tempo e di denaro. Nel corso dei mesi, a causa di una campagna dai toni aspri, spesso aggressivi e configurabili a tratti anche come diffamatori, l’unico risultato concreto che il movimento antiparco ha prodotto è stato quello che ben oltre la metà delle persone che avrebbero apposto la loro firma per chiedere di svolgere il “referendum” – complessivamente circa 2200 ma secondo alcuni addirittura 2500 – non si è presentato a votare. E’ lecito ovviamente chiedersi dove siano andate a finire.
Ciò non può che dimostrare la totale disaffezione di moltissimi cittadini rispetto al tema della consultazione e alla modalità con cui è stato portata avanti la campagna referendaria; viene anche chiedersi dove siano le migliaia di maddalenini che, superando l’indecisione, avrebbero dovuto “seppellire sotto una valanga di no questo Parco”, come il principale esponente del movimento antiparco si era avventurato a profetizzare poco tempo fa. Il teorema di chi pensava che dal presunto plebiscito contro il Parco sarebbe dovuta derivare un’iniziativa politica condivisa finalizzata all’abolizione o alla creazione di un diverso tipo di area protetta va a naufragare rovinosamente nelle secche dell’astensionismo, e l’attuale amministrazione del Parco ne esce indubbiamente rafforzata e legittimata politicamente. Il Presidente del Parco Giuseppe Bonanno ha voluto ringraziare “tutti i maddalenini per aver compreso l’inutilità di questa consultazione; nei loro confronti non posso che rinnovare il mio impegno a migliorare un’istituzione che deve essere al servizio del nostro bellissimo territorio e di chi lo abita”.

Enrico Lippi – Portavoce del Parco nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena