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Napoli-EnergyMed 2009

26 marzo 2009 15:34

In occasione di EnergyMed 2009, il presidente della Fondazione UniVerde, Alfonso Pecoraro Scanio, ha partecipato al taglio del nastro inaugurale della mostra convegno sulle Fonti rinnovabili e l’efficienza energetica nel Mediterraneo, insieme al sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, e agli assessori: Gennaro Nasti, Gabriella Cundari e Andrea Cozzolino.

In basso è possibile scaricare il programma in PDF:

Energy Med 2009

Pacchetti di stimolo all’economia sempre piú verdi

17 marzo 2009 06:06

 Il varo di pacchetti di stimolo per contrastare la profonda crisi economica che stiamo attraversando, rappresenta un esperimento globale in grado di dimostrare se la lotta contro il cambiamento climatico rappresenti anche la soluzione o una soluzione per superare la crisi economica mondiale

Con il varo del pacchetto di stimolo dell’economia, il Presidente degli USA Barack Obama, oltre alle parole, ha dimostrato con i fatti di voler orientare gli investimenti su energia pulita ed efficienza, considerandoli come ingredienti principali per uscire dalla crisi. Il pacchetto anti – crisi statunitense rappresenta l’intervento più importante a livello mondiale destinato all’economia low – carbon, prevedendo un investimento di 100 miliardi di dollari destinato a efficienza, rinnovabili e ricerca. Il Piano di rilancio dell’economia statunitense del valore di 612 miliardi di Euro complessivi (789 MLD di dollari), prevede che almeno 35 MLD siano destinati alle fonti rinnovabili e all’efficienza energetica sotto forma di investimenti pubblici e tagli fiscali. In particolare 7,8 miliardi di Euro sono stati assegnati all’ammodernamento delle reti elettriche e alla realizzazione delle “reti intelligenti” capaci di sostenere lo sviluppo dell’elettricità prodotta da piccoli impianti distribuiti sul territorio. Circa 16 miliardi di Euro sono stati stanziati per l’erogazione di incentivi fiscali a eolico, solare e ad altre rinnovabili. Grazie a questi investimenti, si prevede la creazione di due milioni di posti di lavoro entro il prossimo biennio, che rappresentano la metà del totale di quattro milioni di posti previsti nel pacchetto.

Inoltre, il presidente degli Stati Uniti ha sollecitato le Camere ad approvare al più presto una legge sul carbon trading, al fine di rendere l’energia rinnovabile la più redditizia.

Nel corso della riunione dei Ministri dell’Ambiente dell’ONU, che ha avuto luogo la settimana scorsa a Nairobi, è stato ribadito da più parti il fatto che gli investimenti verdi previsti nel pacchetto di stimolo statunitense rappresentino un segnale molto forte rivolto ai governanti che decideranno nel futuro prossimo provvedimenti anti – crisi, compreso il G20 che avrà luogo ad aprile a Londra.

I 100 miliardi di dollari che il pacchetto destina a efficienza, rinnovabili, e ricerca, pur essendo, come detto, l’intervento più importante a livello mondiale destinato all’economia low – carbon, essi rappresentano “solo” il 13% dell’intero pacchetto stimolo, percentuale ben lontana da quel 20% raccomandato dall’economista britannico Nicholas Stern nel suo ultimo rapporto e non raggiungono l’1% del PIL suggerito dall’ONU per contrastare il riscaldamento globale.

Dati citati dal Guardian, rivelano che altri Paesi hanno fatto un maggiore sforzo rispetto alla percentuale di stanziamenti “verdi” dei pacchetti di stimolo all’economia. Pur utilizzando fondi meno consistenti rispetto agli USA, la Corea del Sud, ad esempio, ha destinato agli investimenti verdi circa i due terzi dei 36 miliardi di dollari stanziati contro la crisi, circa il 3% del Pil; la Cina almeno un terzo dei 580 miliardi stanziati, specie sul risparmio energetico.

In Europa i pacchetti di stimolo per l’economia stanziano per la sostenibilità una media del 14%, con un approccio differenziato da paese a paese: dal tanto della Germania (19%), al deludente della Francia (8%), dal nulla della Polonia al quasi nulla dell’Italia. Inoltre, i 3,5 MLD di euro destinati dalla Commissione Europea per progetti energetici nei prossimi due anni non sembrano adeguati ad imprimere alcun cambio di rotta.

E’ evidente il fatto che la paura o gli interessi particolari stanno facendo prevalere in alcuni paesi le resistenze ai cambiamenti e le ricette obsolete valide per un contesto ormai superato dalla storia.

A proposito di nucleare

 06:03

Amory Lovins scriveva nel 1979 “L’energia nucleare è morta come può considerarsi morto un brontosauro con la spina dorsale spezzata”. Il sogno nucleare non è mai stato molto razionale. Per far fronte con l’energia nucleare a ¼ del fabbisogno energetico degli USA occorrerebbe ordinare un reattore da 1000 megawatt ogni 4,7 giorni ( più di 130 miliardi di dollari all’anno).

L’energia nucleare si sta dimostrando fuoco di paglia. Sempre scriveva Lovins “ E’ un modo molto comodo per rimpolpare la liquidità dell’industria privata con il denaro pubblico”: Un po’ quello che succede con gli inceneritori. Dice in sintesi il noto studioso che ha partecipato, recentemente, a Milano ai lavori del Kyoto Club, il nucleare concentra il potere politico nelle mani degli oligopoli privati e della burocrazia. Il controllo dei materiali nucleari e la custodia delle immense reti distributive comportano erosione delle liberta civili. La scelta del nucleare mette autorità centrale contro le autonomie locali. Inoltre, costituisce la struttura portante della proliferazione di bombe atomiche. E’ foriera di diseconomie di scala : ogni centrale sottrae all’economia quattromila posti di lavoro. L’immobilizzazione di miliardi di dollari per 12 e 30 anni grava sull’inflazione.

Le centrali nucleari – dice Lovins- sono un cattivo affare. Invece, al contrario la strada verso le energie dolci può contribuire alla soluzione di molti conflitti, perché offre vantaggi a tutti : lavoro ai disoccupati, capitali per imprenditori, protezione dell’ambiente per gli ecologisti, possibilità di innovazione per i piccoli imprenditori, riconversione per i grandi, risparmio per i consumatori, distensione per gli internazionalisti, indipendenza energetica per chi ama l’autosufficienza, rinascita di valori spirituali, recupero di virtù care agli anziani come il risparmio, diritti civili ove sono erosi.

La strategia energetica dolce urta contro gli interessi di breve termine. E’ lungimirante. Con lo sviluppo delle energie dolci si possono raggiungere obiettivi ambiziosi

- raddoppiare l’efficienza negli usi finali con piccoli cambiamenti di stili di vita

- ridurre il consumo pro-capite di energia primaria

- ridurre di 1/3 i consumi, senza modificare il benessere

Le tecnologie dolci sono flessibili, durature, affidabili e benigne

E’ la struttura tecnica e socio-politica del sistema energetico che rileva, ed è elemento di differenza, non la quantità di energia usata..

Le tecnologie dolci si basano su flussi di energia rinnovabile presenti ed attivi ; consumano reddito invece di capitale energetico non ricostituibile, sono differenziate, sono a contenuto tecnologico basso, sono adeguate alle esigenze finali in rapporto alla qualità dell’energia prodotta.

Oggi stiamo impiegando elettricità e combustibili di qualità per usi nei quali il loro alto valore energetico è superfluo, costoso e fonte di spreco. La scelta dolce che è di prossimità elimina le perdite della conversione e della distribuzione. Il benessere sociale sarà più ampio con la scelta dolce , rispetto alla strategia dura. Inoltre, con l’affermazione di tecnologie dure si sviluppa una tendenza politicamente pericolosa, perché pone gli utenti dell’energia in conflitto con quelli che la producono e la distribuiscono. In un’epoca di penuria è saggio il tentativo di sostituire bisogni astratti ( e dunque illimitati) con bisogni concreti ( e quindi ragionevolmente limitati).

Il rischio – scrive Lovins- che “ nasca un fascismo dal volto umano, una società controllata e governata da un complesso invisibile e ramificato di burocrazie militari, assistenziali, manageriali, poliziesche supportate da una ideologia tecnocratica” è evidente. A fronte di tutto questo non ci resta che impiegare con parsimonia quel che resta della rete dei combustibili fossili, per arrivare ad una transizione più diretta possibile verso le fonti dolci e sostenibili che costituiscono il patrimonio energetico naturale.

L’Assessorato ambiente del Comune di Reggio E. ha elaborato un piano energetico comunale che ha due obiettivi fondamentali : il rispetto degli obiettivi di Kyoto e cioè , per la città di RE la riduzione di 326.000 tonnellate di CO2 all’anno e l’avvio di una strategia verso l’autosufficienza energetica.

Abbiamo analizzato i bisogni energetici nei settori civile, industriale, della PA, dei trasporti, del mondo agricolo e il piano energetico comunale indica le azioni per ridurre la produzione di CO2, calcolandole esattamente per settore considerato, attraverso efficienza energetica, fotovoltaico, solare-termico. Micro-cogenerazione, mini-ecolico , biomasse sostenibili con piccoli impianti da 0,5 a 1 megawatt ( scarti da attività agricola), nonché costi e investimenti K/Euro. Maurizio Pallante consulente del piano redatto dall’ Ing. Bizzarri, indica anche che l’obiettivo prioritario deve essere la riduzione dei consumi e l’ottimizzazione della domanda energetica e l’eliminazione degli sprechi. Più che rispolverare l’energia nucleare, come sta facendo il Governo, dalle città può invece venire la spinta a redigere un vero e proprio piano energetico comunale, in un’ottica ampia che valuti il contesto regionale. Il Dipartimento di energia ed innovazione del Regno Unito ha effettuato uno studio che dimostra che, se si costruissero su abitazioni, edifici pubblici, industrie, micro-impianti di micro-cogenerazione, micro-eolico, solare, fotovoltaico e biomasse a filiera corta si potrebbe produrre energia quanto 5 centrali nucleari, senza rischi per la salute, l’ambiente e la democrazia.

A proposito di nucleare

 06:03

Amory Lovins scriveva nel 1979 “L’energia nucleare è morta come può considerarsi morto un brontosauro con la spina dorsale spezzata”. Il sogno nucleare non è mai stato molto razionale. Per far fronte con l’energia nucleare a ¼ del fabbisogno energetico degli USA occorrerebbe ordinare un reattore da 1000 megawatt ogni 4,7 giorni ( più di 130 miliardi di dollari all’anno).

L’energia nucleare si sta dimostrando fuoco di paglia. Sempre scriveva Lovins “ E’ un modo molto comodo per rimpolpare la liquidità dell’industria privata con il denaro pubblico”: Un po’ quello che succede con gli inceneritori. Dice in sintesi il noto studioso che ha partecipato, recentemente, a Milano ai lavori del Kyoto Club, il nucleare concentra il potere politico nelle mani degli oligopoli privati e della burocrazia. Il controllo dei materiali nucleari e la custodia delle immense reti distributive comportano erosione delle liberta civili. La scelta del nucleare mette autorità centrale contro le autonomie locali. Inoltre, costituisce la struttura portante della proliferazione di bombe atomiche. E’ foriera di diseconomie di scala : ogni centrale sottrae all’economia quattromila posti di lavoro. L’immobilizzazione di miliardi di dollari per 12 e 30 anni grava sull’inflazione.

Le centrali nucleari – dice Lovins- sono un cattivo affare. Invece, al contrario la strada verso le energie dolci può contribuire alla soluzione di molti conflitti, perché offre vantaggi a tutti : lavoro ai disoccupati, capitali per imprenditori, protezione dell’ambiente per gli ecologisti, possibilità di innovazione per i piccoli imprenditori, riconversione per i grandi, risparmio per i consumatori, distensione per gli internazionalisti, indipendenza energetica per chi ama l’autosufficienza, rinascita di valori spirituali, recupero di virtù care agli anziani come il risparmio, diritti civili ove sono erosi.

La strategia energetica dolce urta contro gli interessi di breve termine. E’ lungimirante. Con lo sviluppo delle energie dolci si possono raggiungere obiettivi ambiziosi

- raddoppiare l’efficienza negli usi finali con piccoli cambiamenti di stili di vita

- ridurre il consumo pro-capite di energia primaria

- ridurre di 1/3 i consumi, senza modificare il benessere

Le tecnologie dolci sono flessibili, durature, affidabili e benigne

E’ la struttura tecnica e socio-politica del sistema energetico che rileva, ed è elemento di differenza, non la quantità di energia usata..

Le tecnologie dolci si basano su flussi di energia rinnovabile presenti ed attivi ; consumano reddito invece di capitale energetico non ricostituibile, sono differenziate, sono a contenuto tecnologico basso, sono adeguate alle esigenze finali in rapporto alla qualità dell’energia prodotta.

Oggi stiamo impiegando elettricità e combustibili di qualità per usi nei quali il loro alto valore energetico è superfluo, costoso e fonte di spreco. La scelta dolce che è di prossimità elimina le perdite della conversione e della distribuzione. Il benessere sociale sarà più ampio con la scelta dolce , rispetto alla strategia dura. Inoltre, con l’affermazione di tecnologie dure si sviluppa una tendenza politicamente pericolosa, perché pone gli utenti dell’energia in conflitto con quelli che la producono e la distribuiscono. In un’epoca di penuria è saggio il tentativo di sostituire bisogni astratti ( e dunque illimitati) con bisogni concreti ( e quindi ragionevolmente limitati).

Il rischio – scrive Lovins- che “ nasca un fascismo dal volto umano, una società controllata e governata da un complesso invisibile e ramificato di burocrazie militari, assistenziali, manageriali, poliziesche supportate da una ideologia tecnocratica” è evidente. A fronte di tutto questo non ci resta che impiegare con parsimonia quel che resta della rete dei combustibili fossili, per arrivare ad una transizione più diretta possibile verso le fonti dolci e sostenibili che costituiscono il patrimonio energetico naturale.

L’Assessorato ambiente del Comune di Reggio E. ha elaborato un piano energetico comunale che ha due obiettivi fondamentali : il rispetto degli obiettivi di Kyoto e cioè , per la città di RE la riduzione di 326.000 tonnellate di CO2 all’anno e l’avvio di una strategia verso l’autosufficienza energetica.

Abbiamo analizzato i bisogni energetici nei settori civile, industriale, della PA, dei trasporti, del mondo agricolo e il piano energetico comunale indica le azioni per ridurre la produzione di CO2, calcolandole esattamente per settore considerato, attraverso efficienza energetica, fotovoltaico, solare-termico. Micro-cogenerazione, mini-ecolico , biomasse sostenibili con piccoli impianti da 0,5 a 1 megawatt ( scarti da attività agricola), nonché costi e investimenti K/Euro. Maurizio Pallante consulente del piano redatto dall’ Ing. Bizzarri, indica anche che l’obiettivo prioritario deve essere la riduzione dei consumi e l’ottimizzazione della domanda energetica e l’eliminazione degli sprechi. Più che rispolverare l’energia nucleare, come sta facendo il Governo, dalle città può invece venire la spinta a redigere un vero e proprio piano energetico comunale, in un’ottica ampia che valuti il contesto regionale. Il Dipartimento di energia ed innovazione del Regno Unito ha effettuato uno studio che dimostra che, se si costruissero su abitazioni, edifici pubblici, industrie, micro-impianti di micro-cogenerazione, micro-eolico, solare, fotovoltaico e biomasse a filiera corta si potrebbe produrre energia quanto 5 centrali nucleari, senza rischi per la salute, l’ambiente e la democrazia.

Rete dei Parchi

 06:00

Prosegue l’impegno del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena nella cooperazione transfrontaliera e nella collaborazione con le altre aree protette sarde. Si è infatti svolto recentemente a S. Teresa l’incontro inaugurale del progetto “Re.Tra.Parc.”, la rete transfrontaliera di parchi del Nord Sardegna e della Corsica. E’ stato il Comune di S. Teresa di Gallura ad ospitare l’incontro, al quale hanno partecipato anche i rappresentanti del Parco Regionale di Porto Conte, del Parco Nazionale dell’Asinara, della Provincia di Sassari – che svolge il ruolo di capofila nel progetto – e dell’ Office de l’Environnement de la Corse.

Il progetto “Re.Tra.Parc.” è nato nel corso dell’anno 2008 a seguito di una lunga serie di incontri tra le istituzioni e gli enti partecipanti, che già da tempo avevano manifestato l’esigenza di collaborare su specifiche questioni; fondamentale in tal senso si è dimostrato il ruolo della Provincia di Sassari, che ha dato al gruppo la necessaria spinta propulsiva e ha fornito un prezioso supporto nella predisposizione e nella presentazione del progetto.

“Re.Tra.Parc.” si è infatti classificato al primo posto dell’asse “natura-cultura” del primo bando “P.O. Marittimo 2007-2013”, aggiudicandosi fondi per oltre due milioni di euro, i quali saranno ripartiti tra i vari enti coinvolti nel progetto, che oltre ad essere fortemente innovativo nei contenuti potrà in futuro anche essere aperto all’ingresso di nuovi soggetti istituzionali. Al centro del progetto è infati un concetto di “rete” che non deve essere concepito come semplice sommatoria degli interventi realizzati da ciascun partner, bensì come luogo di scambio delle “migliori pratiche” e quindi come strumento affinché ciascun partner possa apprendere tecniche e metodi per la valorizzazione del proprio territorio, elevando così i propri standard. Inoltre, dovranno essere individuati criteri e parametri omogenei nel monitoraggio scientifico, nell’educazione ambientale e, più in generale, per tutto ciò che riguarda la fruizione del territorio.

Il Presidente del Parco Nazionale dell’Arcipelago di La Maddalena, Giuseppe Bonanno, vuole ricordare la compattezza e la forte motivazione dei partner di “Re.Tra.Parc.”; proprio per valorizzare il lavoro di équipe i lavori del gruppo sono proseguiti per due giornate sull’isola dell’Asinara, con riunioni tecniche nelle quale saranno definite in dettaglio le azioni che saranno poste in essere da ciascun soggetto. Oltre ad individuare quindi i singoli ambiti di intervento, in cui ogni partner diverrà capofila per in uno specifico settore, sono stati definiti gli elementi della “cabina di regia” che dovrà agevolare proprio la diffusione della conoscenza che ciascun partner acquisirà e dovrà trasferire agli altri partecipanti.

E proprio nel “trasferimento della conoscenza” è da individuarsi il valore aggiunto del progetto, un circolo virtuoso che consentirà di sfruttare al massimo le risorse economiche impiegate e di porre le basi per la presentazione di ulteriori progetti in ambito comunitario.

Il Presidente del Parco di La Maddalena, Giuseppe Bonanno, ha voluto ringraziare il Sindaco di S. Teresa di Gallura, Bardanzellu, per aver aperto le porte del Salone del Consiglio Comunale di S. Teresa alla prima riunione ‘ufficiale’ del progetto, evidenziando come il Comune di S. Teresa si collochi proprio al centro della Rete, in una posizione tale da consentire un agevole collegamento con tutti gli enti coinvolti nel progetto ed augurandosi che in futuro possa essere prevista la partecipazione dei singoli comuni all’interno del progetto, anche in vista di sviluppi più ambiziosi: “Il Sindaco Bardanzellu è stato particolarmente lungimirante nel riconoscere la necessità che i comuni cerchino la massima cooperazione con altri enti per cercare di creare nuove opportunità di sviluppo. Le popolazioni dei comuni rivieraschi possono così comprendere quale sia la convenienza dell’esistenza di parchi ed altre tipologie di aree protette, un’operazione culturale più che una mera imposizione di norme o leggi.”

8000 comuni per Kyoto: La sfida del federalismo climatico

 05:47

Nel dicembre 2008 l’Europa, nonostante la posizione critica del Governo italiano, ha finalmente ribadito gli impegni per il clima assunti, grazie al ruolo attivo dell’Italia, durante lo Spring European Council del 2007: entro il 2020 riduzione del 20% delle emissioni di gas serra, aumento del 20% del risparmio e dell’efficienza energetica ed incremento del 20% della produzione energetica da fonti rinnovabili.

Il 16 febbraio 2009 è stato il quarto anniversario dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, oggi siglato da 179 paesi compresa l’Australia: ci auguriamo che Barack Obama riesca a convincere presto anche il Congresso degli Stati Uniti d’America (responsabili del 36,2% delle emissioni mondiali di gas serra) a ratificare il Protocollo.

Fondamentale peraltro, per raggiungere gli obbiettivi degli accordi internazionali in materia di clima, è il ruolo delle comunità locali: un recente studio promosso dal Coordinamento Nazionale Agende 21 locali italiane dimostra infatti come gli Enti Locali, con politiche autonome sul clima, possano incidere almeno per il 20% sul raggiungimento degli obbiettivi stabiliti dal protocollo di Kyoto.

In particolare è fondamentale il ruolo delle città: queste infatti sono responsabili del 75% del consumo di energia e dell’80% delle emissioni di gas serra mondiali; da questa constatazione muove la Clinton Climate Initiative (CCI) della Clinton Foundation che dal 2006 riunisce 40 grandi città del mondo impegnate fattivamente nella lotta ai cambiamenti climatici.

New York, ad esempio, grazie al Sindaco Bloomberg, ha elaborato insieme ai cittadini un Piano d’Azione Ambientale su tutte le linee (terra, acqua, trasporti, energia, aria, clima); il Piano è stato lanciato il 22.4.2007 (Earth Day) e, ad oggi, ha visto l’avvio del 93% delle 127 azioni previste: in particolare il Piano contiene il New York Climate Change Action Plan che prevede, come obbiettivo minimo, la riduzione delle emissioni di gas serra del 30% entro il 2030, ma non esclude, con azioni particolarmente virtuose, di raggiungere tale obbiettivo già nel 2017.

Anche l’Europa (dove il 70% della popolazione vive nelle città) si sta dando da fare: EUROCITIES, il network delle principali città europee, ha adottato a Lione il 27 ottobre 2008 la Dichiarazione sul Cambiamento Climatico che contiene impegni precisi e concreti sulle politiche per il clima per le città aderenti.

La Commissione Europea, poi, attraverso la DGTREN (Energia e Trasporti) ha promosso il Covenant of Mayors, ovvero il Patto dei Sindaci, proposto alle città europee per assumere concretamente gli impegni di Kyoto sul proprio territorio: il Patto dei Sindaci è seguito dalla Fondazione ANCI IDEALI, la Fondazione europea delle città, e, in Italia, dal Coordinamento Nazionale Agende 21 locali italiane e da Alleanza per il Clima ONLUS.

Il Patto dei Sindaci è stato firmato lo scorso 10 febbraio a Bruxelles da oltre 400 Amministrazioni Comunali promotrici: 346 sono infatti le città europee (di cui 27 le italiane) che hanno già ratificato il Patto; 104 sono le città europee (di cui 29 le italiane) che hanno espresso l’intenzione di firmarlo formalmente al più presto.

Università Verde, in occasione del quarto anniversario dell’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, ha lanciato da Genova l’iniziativa ottomila comuni per Kyoto: la campagna, organizzata in collaborazione con la Fondazione ANCI IDEALI, il Coordinamento Nazionale Agende 21 locali italiane e l’Associazione Comuni Virtuosi, ha come obbiettivo la sottoscrizione del Patto dei Sindaci da parte di tutti gli 8.101 comuni italiani entro il 2010.

Un esempio virtuoso per tutti: il Comune di Reggio Emilia che, il 26 febbraio scorso, ha presentato, nel corso di un’iniziativa denominata Reggio Emilia Kyoto Town, il Piano Energetico Comunale per Kyoto che, insieme all’innovativo protocollo di certificazione energetica ECOABITA, rende la città emiliana un polo d’avanguardia per le politiche energetiche virtuose, come già riconosciuto dal Sole 24 Ore nel proprio rapporto ambiente 2008 dove Reggio Emilia risulta al primo posto in Italia in questo settore.

Da segnalare infine un interessante Protocollo di Intesa recentemente siglato tra Regione Piemonte e Regione Puglia per pianificare ed attuare azioni a supporto del settore della produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili: ci auguriamo che tale Protocollo venga sottoscritto ed applicato quanto prima da tutte le regioni italiane.

Quando non piove sulle foreste pluviali

12 marzo 2009 14:33

Secondo una ricerca condotta recentemente in Amazzonia, la più grande foresta tropicale del mondo è sorprendentemente sensibile alla siccità.

Lo studio, pubblicato recentemente sulla rivista Science, fornisce la prima vera prova che la mancanza di precipitazioni è causa di un rilascio massiccio di anidride carbonica nell’atmosfera. Il motivo principale è la morte degli alberi per mancanza d’acqua.

Secondo l’autore della ricerca, il professore Olivier Phillips dell’università di Leeds, “la foresta Amazzonica ha rallentato per anni il cambiamento climatico. Ma dipendere da questo aiuto da parte della natura è estremamente pericoloso. Se l’assorbimento di anidride carbonica da parte della terra rallenta o si inverte, e la nostra ricerca dimostra che è possibile, i livelli di biossido di carbonio aumenteranno ancora più velocemente. Le nostre emissioni dovranno essere ridotte ulteriormente per stabilizzare il clima”.

68 scienziati provenienti da 13 differenti Paesi lavorano da anni al progetto Rainfor, un network dedicato al monitoraggio della foresta Amazzonica. Nel 2005 una siccità inusuale per l’Amazzonia ha richiamato l’attenzione degli studiosi che, attraverso la collaborazione di 40 istituzioni internazionali, hanno condotto la ricerca. L’aridità di quell’anno è stata per gli scienziati un’anticipazione del futuro climatico dell’area, un futuro nel quale il riscaldamento della fascia tropicale dell’oceano Atlantico potrebbe causare stagioni secche più calde e più intense.

Dal 2005 la ricerca si è quindi concentrata sulle conseguenze della siccità, scoprendo che la mortalità degli alberi aumentava dove le precipitazioni erano più scarse: grazie alla ricerca condotta in questi anni sappiamo oggi il grado, alto, di sensibilità della foresta pluviale amazzonica alla siccità. In futuro, altri periodi di aridità o stagioni secche prolungate avranno effetti anche peggiori proprio per questa sensibilità.

Durante la siccità del 2005 sono stati bruscamente invertiti decenni di assorbimento dell’anidride carbonica grazie ai quali l’Amazzonia aveva aiutato il pianeta a rallentare il cambio climatico.

Normalmente, la foresta assorbe circa 2 miliardi di tonnellate di biossido di carbonio all’anno, agendo da catino naturale per il biossido di carbonio. Lo stesso succede in Africa, tanto che le sole foreste pluviali negli ultimi 25 anni sono state capaci di assorbire il 20% delle emissioni globali di combustibili fossili. La mancanza di precipitazioni di 4 anni fa, però, ha causato il rilascio, in Amazzonia, di più di 3 miliardi di tonnellate di Co2. L’impatto totale, 5 miliardi di tonnellate in più nell’atmosfera (calcolando anche il mancato assorbimento), supera il totale delle emissioni annuali di Europa e Giappone

Secondo il professot Phillips, “visivamente, la maggior parte della foresta sembrava non aver risentito della siccità: ma i dati raccolti hanno provato che il tasso di mortalità degli alberi è aumentato. Essendo la regione così vasta, anche piccoli cambiamenti ecologici possono moltiplicarsi ed influire in maniera massiccia sul ciclo dell’anidride carbonica del pianeta.”

Abel Monteagudo, co-autore del progetto e botanico peruviano, ha sottolineato come “alcune specie sono più vulnerabili di altre, come ad esempio molte palme: questo ha dimostrato che la siccità è pericolosa anche per la biodiversità”.

L’Amazzonia rappresenta più della metà delle foreste pluviali del pianeta, una superficie pari a 17 volte il territorio italiano. La ricchezza in biodiversità di questo ecosistema non ha eguali sulla Terra, né altri ambienti hanno una tale importanza per il ciclo dell’anidride carbonica.

La ricerca è stata finanziata dal Consiglio di Ricerca sull’Ambiente Naturale (NERC) e dalla Fondazione Gordon e Betty Moore.

(fonte: leeds.ac.uk)

Il futuro del solare, non il passato del nucleare.

6 marzo 2009 09:24

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Serve un nuovo referendum nazionale su l’energia nel nostro Paese.
Vogliamo l’energia solare, vogliamo il nuovo, vogliamo andare avanti o vogliamo tornare indietro al nucleare, l’energia più costosa, più pericolosa e più vetusta del pianeta? Questo è il tema.
Universitaverde.it sta cercando il sostegno di tutti coloro che non appena sarà approvata da questa maggioranza di centro destra la legge per costruire in Italia centrali nucleari vecchie, inadeguate e costosissime siano disposti a partire subito con la raccolta delle firme per ottenere che i cittadini italiani possano essere chiamati a decidere.
L’accordo fatto tra Berlusconi e Sarckosy è solo un regalo ad alcune aziende francesi che non sanno più dove piazzare le vecchie centrali nucleari che nessuno vuole. Si cerca di fare una operazione che nessuno vuole sulla pelle e sulle tasche degli italiani.
Per questo teniamoci pronti a raccogliere le firme per un referendum per scegliere il futuro del solare piuttosto che il passato del nucleare.

Quanta acqua per il nucleare

 09:23

Oltre a tutti gli altri, l’energia nucleare presenta un grosso problema. Lo sproposito di acqua necessaria per il funzionamento delle centrali. Lo fa notare una lettera comparsa il 2 marzo sul sito del Corriere della Sera.
L’Union of Concerned Scientists ha anche pubblicato un’equazione che consente di calcolare di quanta acqua ha bisogno una centrale nucleare per il solo raffreddamento.
Se ne deduce che un impianto da 1000 Megawatt (Caorso era da 830 Megawatt) richiederebbe per il raffreddamento quasi un terzo dell’acqua che scorre nel Po a Torino.
La lettera al Corriere della Sera è firmata da Daniele Biagi. I brani secondo me più significativi.
“Forse non tutti i parlamentari sanno che l’elettricità prodotta da una centrale nucleare non viene generata direttamente dalla reazione atomica ma da una convenzionale turbina a vapore“.
“La fissione del materiale radioattivo produce un aumento della temperatura nel cuore della centrale, questa energia sotto forma di calore viene sfruttata per innalzare la temperatura di un’enorme quantità d’acqua, il vapore generato aziona delle turbine capaci di produrre energia elettrica”.
“L’acqua è spesso usata anche come moderatore per evitare che il nucleo raggiunga temperature troppo elevate”.
La lettera cita poi dati ufficiali della Environment Agency inglese a proposito dei “6.637.306 metri cubi d’acqua all’anno usati da un singolo impianto”. Si tratta dell’acqua che la centrale nucleare di Sellafield, ora in disarmo, era autorizzata a prelevare da un vicino lago.
Considera poi la situazione della Francia nucleare, molto più ricca di acqua rispetto all’Italia ma che “ha dovuto più volte rallentare la produzione di energia elettrica delle proprie centrali per mancanza d’acqua!”.
Ancora: “Stime indicano che in Francia il 40% di tutta l’acqua consumata è usata nelle centrali atomiche“. Lo dice Jeremy Rifkin in un’intervista al blog di Beppe Grillo del giugno scorso. Vi si accenna anche ai problemi avuto dalle centrali durante la caldissima e secca estate del 2003.
E infine, l’equazione. L’Union of Concerned Scientist degli Stati Uniti ha pubblicato un dossier intitolato Got Water? sulle necessità di acqua per i soli impianti di raffreddamento delle centrali nucleari e sui connessi problemi di sicurezza.
Il dossier spiega anche come si calcola l’acqua necessaria a raffreddare il reattore: non quella che serve per produrre vapore ed energia elettrica.
L’esempio è riferito ad un reattore in grado di generare 1000 Megawatt, e all’acqua presa da un fiume – o da un lago, o dal mare – e ad esso resa riscaldata.
Ebbene, servono 2.596.792 metri cubi di acqua al giorno. Cioè 108.199 metri cubi d’acqua all’ora, 1.803 metri cubi d’acqua al minuto, 30,05 metri cubi di acqua al secondo. Quasi un terzo della portata del Po a Torino, appunto.

 

(fonte: acquadiprevalle.blogspot.it)

Nucleare: se lo conosci lo eviti

 09:22

“Nucleare: se lo conosci lo eviti”, di Marco Bersani, edizioni Alegre, 2009 

 

A volte ritornano. Con gli stessi argomenti. Con la stessa potenza economica, politica e massmediatica. Il Governo Berlusconi si appresta a rilanciare la produzione in grande scala dell’energia nucleare, nonostante il popolo italiano si sia già pronunciato contro a larghissima maggioranza nel referendum del 1987.

Come questo libro dimostra dettagliatamente, oggi come allora, gli argomenti portati a favore sono inconsistenti: non è vero che il nucleare sarà l’energia del futuro, che è economicamente competitivo, che serva a ridurre le emissioni di gas serra, che non ci siano alternative.

Mentre sono drammaticamente veri i ripetuti incidenti e la produzione di scorie altamente radioattive che irresponsabilmente consegneremo alle prossime diecimila generazioni. Senza contare la proliferazione del nucleare militare, di cui l’uso “civile” è figlio riconosciuto.

Venti anni fa un forte movimento sconfisse la follia nucleare, ma non riuscì a costruire un altro modello energetico e di società. Oggi, un nuovo movimento antinucleare dovrà nascere nei territori e nelle piazze di questo Paese.

 

Autore:

Marco Bersani, laureato in Filosofia, è Dirigente comunale dei servizi sociali. Socio fondatore di Attac Italia, è membro del Consiglio nazionale dell’associazione. Fra i portavoce del Genoa social forum nel luglio del 2001, sempre attivo nei movimenti di lotta per la difesa dei beni comuni, è fra i promotori del Forum italiano dei Movimenti per l’acqua. Nel 2007 ha pubblicato Acqua in movimento, Edizioni Alegre.