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Chi si prenderà le centrali di Berlusconi?

6 marzo 2009 09:00

L’entusiasmo di Berlusconi e del resto del Governo, d’aver firmato il “patto nucleare” con la Francia, patto che prevede la costruzione di quattro centrali nucleari di terza generazione, la prima delle quali dovrebbe essere pronta per il 2020, non è stato provato da tutti, e l’ipotesi di tornare alle centrali diciamo che spacca in due l’Italia.
La maggioranza delle regioni dice “no, grazie”; qualcuna dice “già dato” o “sì, ma non qui”; insomma, solo una ristretta rosa di territori è disposta a mettersi davvero in fila per ospitare un sito.

Il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, assicura che “il clima è cambiato rispetto al referendum del 1987: c’è bisogno di energia certa a costi contenuti e credo che la gente lo abbia capito”. La sua convinzione, in linea di massima, trova riscontro in tutte le regioni governate dal centro-destra, ma l’equazione non è perfetta. In Lombardia, ad esempio, il presidente Formigoni ha preso tempo con un “vedremo, valuteremo, verificheremo”. Per quel che riguarda invece la Sardegna, nuovo feudo del Pdl, il neopresidente Ugo Cappellacci è stato chiarissimo: “State certi che dovrebbero passare sul mio corpo prima di fare una cosa simile. E comunque nessuna centrale in Sardegna: il presidente Berlusconi manterrà la promessa fatta. Ricordo anche che l’accordo programmatico da me firmato con il Partito Sardo d’Azione recita: riconoscimento della esigenza che tutto il territorio della Sardegna sia denuclearizzato”.
I “sì” netti ci sono, come quello del Veneto che si candida ad ospitare una centrale e pensa a Porto Tolle, dove già esiste un impianto a carbone, come quello del Friuli che prende in considerazione un raddoppio del sito slavo piazzato appena oltre confine, ma anche la possibile costruzione di un reattore ex-novo a Monfalcone. Poi ci sono i “sì” con qualche incognita come quello dell’Abruzzo, che giudica la strada del nucleare inevitabile però poi prende tempo sulla possibilità concreta di ospitare reattori, e il sì siciliano, anche se la provincia di Ragusa ha detto “no” visto che ha “già dato con Comiso”.

Tra i ‘’sì” sulla carta ci sono quelli della Liguria e della Campania: nel primo caso è più corretto parlare di assenza di preclusione al nucleare, visto che una presa di posizione ufficiale non c’è stata; nel caso della Campania, invece, si tratta di un “sì, ma da un’altra parte”. “Nulla in contrario - ha precisato l’assessore alle Attività produttive della Regione Campania – ma qui siamo pieni di energie rinnovabili, dovremmo sfruttare questa ricchezza”.

Ci sono poi i “no” secchi e sicuri da tutte le altre undici regioni, Calabria in testa (“tutti i paesi che lo hanno utilizzato stanno tornando indietro”). A tenere compagnia a queste regioni, ovviamente, gli ambientalisti: Ermente Realacci, esponente del Pd e presidente onorario di Legambiente, considera “il ritorno all’atomo un ennesimo spreco di denaro pubblico”. Infine, secondo gli Ecodem, ossia il gruppo ambientalista interno al Partito Democratico: “Servirebbe più serietà e competenza nell’informare su costi e benefici del nucleare”, e ha afferma questo contrapponendo i propri numeri alle “falsità” diffuse sull’accordo italo-francese che di seguito riportiamo.
Primo falso, le minori scorie: “Innanzitutto le quattro nuove centrali nucleari da 1,6 GW a tecnologia francese, da costruire nella penisola, non produrranno meno scorie: questi impianti di III generazione consumano infatti oltre 30 tonnellate di uranio arricchito all’anno che inevitabilmente generano rifiuti radioattivi”. Secondo falso, la quota di produzione: “E’ stato affermato che le quattro centrali produrranno a regime il 25 per cento del consumo nazionale: un dato assolutamente falso. Infatti quattro centrali da 1,6 GW potranno al massimo produrre 45 TWh che oggi rappresentano solo il 13 per cento del consumo nazionale”. Terzo falso, la necessità di avere una maggiore produzione di elettricità: “Non è assolutamente vero che l’Italia importa una grande quantità di energia elettrica dall’estero, per lo più dal nucleare francese: dall’estero importiamo solo il 12,5 per cento dell’energia, e il dato interessante è che ben l’80 per cento di quell’energia è prodotta da fonti rinnovabili, e non dal nucleare”. Quarta falsità, la spesa: “Le cifre stimate per l’analoga centrale finlandese in costruzione sono raddoppiate rispetto alle previsioni. Occorrono 20 miliardi di euro per quattro centrali, 5 ad impianto - sottolineano gli Ecodem -. Si tratta di numeri enormi che segnalano la necessità di reperire anche risorse private non ancora identificate. Elementi che evidenziano indubbiamente la non convenienza di questo accordo che si ripercuoterà inevitabilmente sulle tasche dei contribuenti”.

 

(fonti: ansa.it, repubblica.it)

Il nucleare è bocciato dagli italiani anche oggi

 08:56

Sul nucleare gli italiani hanno più timori e dubbi che non ottimismi e certezze.

Lo dimostra una ricerca dell’Eurispes, secondo la quale “Con uno scarto di 7,4 punti percentuali rispetto ai favorevoli, gli italiani bocciano il ricorso al nucleare come fonte di energia”. “Sebbene con motivazioni differenti, gli italiani affermano di essere contrari alla attivazione di centrali sul nostro territorio il 45,7% dei cittadini, a fronte del 38,3% dei favorevoli”, si legge nel rapporto, “In particolare, le motivazioni di quanti si oppongono al nucleare sono il non ritenere questa una soluzione rapida per risolevere i problemi connessi all’energia (18,4%) e il timore dei rischi che una tale scelta comporterebbe (27,3%)”.

Esiste quindi “un’ansia dettata in parte dall’atavica paura che si è stratificata fin dagli anni della Guerra fredda nell’opinione pubblica e che ha portato, nell’accezione comune e condivisa, ad associare al termine ‘nucleare’ scenari apocalittici. Senza considerare che Cernobyl, che fa parte della nostra storia più recente, ha prodotto momenti di angoscia profonda e ha segnato indelebilmente l’immaginario collettivo”.

 

(fonte: news.kataweb.it)

Democrazia solo quando serve

 08:53

“L’Italia, nel 1987, aveva detto no al nucleare con un referendum che non lasciava dubbi. Oggi il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha firmato l’alleanza con la Francia per costruire quattro nuove centrali nucleari in Italia. Lo ha fatto senza aver prima ascoltato i cittadini che rappresenta” denuncia Lorenzo Miozzi, presidente del Movimento Consumatori

“Dove saranno costruite le quattro nuove centrali nucleari? Quanto costeranno? Dove saranno smaltite le scorie? Sono domande che i cittadini si pongono e alle quali il presidente Berlusconi avrebbe dovuto dare una risposta prima di firmare qualsiasi accordo – continua Miozzi – Inoltre il premier dovrebbe ammettere che il nucleare di quarta generazione, considerato ’sicuro’, è ancora in fase di ricerca e quindi non realizzabile a breve termine”.
“Ancora una volta il Governo sceglie politiche energetiche in controtendenza ad altri Paesi industrializzati, come gli Stati Uniti, che investono, invece, sulle fonti rinnovabili e non certo sul nucleare – sottolinea il presidente del Movimento Consumatori – convinti che anche così si possano contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici. Non solo. Berlusconi fa finta di non sapere che in Germania, in Spagna, negli stessi Stati Uniti, la ’svolta’ energetica ha prodotto migliaia di nuovi posti di lavoro. Una risposta valida al problema della disoccupazione che incombe anche sul nostro Paese”.

“Infine, secondo uno studio pubblicato dall’associazione americana Climate Progress, il kilowattora prodotto dalle nuove centrali nucleari costerebbe tre volte di più del prezzo corrente dell’elettricità. per la costruzione delle nuove centrali nucleari. Chi pagherà i danni ambientali provocati dalle scorie? Ancora una volta i cittadini consumatori – conclude Miozzi – altro che risparmio sulla bolletta! Inoltre chi pagherà i costi per la costruzione delle nuove centrali nucleari? Chi pagherà i danni ambientali provocati dalle scorie? Ancora una volta i cittadini consumatori”

 

(fonte: movimentoconsumatori.com)

Il Molise dice NO al nucleare

 08:39

Il consiglio regionale del Molise si è opposto, lo scorso 3 marzo, all’ipotesi di una centrale nucleare a Termoli (Campobasso). Stando ad autorevoli indiscrezioni, infatti, una delle quattro centrali nucleari che dovrebbero sorgere nel Paese, potrebbe essere impiantata nella cittadina adriatica molisana.

In un documento ufficiale la massima assemblea della Regione ha pero’ espresso “un fermo diniego a localizzare la centrale sul territorio molisano”. Per questo il parlamentino molisano ha impegnato il presidente della giunta regionale “a trasmettere formalmente il presente motivato deliberato consiliare alla presidenza del Consiglio dei ministri, al ministro dell’Ambiente, al ministro delle Attivita’ produttive e alle competenti commissioni parlamentari della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica”.

Il consiglio regionale si oppone alla realizzazione della centrale in Molise, “tenuto presente che la regione gia’ contribuisce alla produzione energetica nazionale con diversi impianti, tra cui una centrale turbogas ubicata nella stessa citta’ di Termoli, per una quantita’ largamente superiore al proprio fabbisogno e quindi destinata ad altre regioni”.

 

(fonte: libero-news.it)

Materiale radioattivo in Italia

 08:38

Secondo i dati forniti dal generale Carlo Jean alla commissione ambiente della Camera, in Italia ci sono circa 60.000 metri cubi di rifiuti radioattivi di seconda e terza categoria, ai quali vanno aggiunte 298,5 tonnellate di combustibile irraggiato. Le centrali nucleari italiane (chiuse dopo il referendum del 1987) hanno prodotto 55 mila metri cubi di scorie. Ma la verità è che più che chiuse le centrali sono in stato di «custodia protetta passiva», dunque continuano a produrre ogni anno una certa quantità di rifiuti radioattivi. A questi vanno aggiunti altri 2 mila metri cubi di rifiuti radioattivi, di origine medica e sanitaria, o creati durante le attività di ricerca o simili, e poi rottami metallici, vecchi quadranti luminescenti, parafulmini. E inoltre è bene ricordare che ospedali e aziende producono ogni anno 500 tonnellate di nuove scorie.

Secondo i dati raccolti dal Servizio di prevenzione sanitaria della Regione Lombardia, ad esempio, in un solo anno (tra il giugno 1997 e il giugno 1998) le aziende sanitarie lombarde hanno rilevato più di 100 carichi di rottami metallici radiocontaminati, quasi tutti in provincia di Brescia, evidentemente sfuggiti ai controlli doganali. Nel 55% dei casi l’oggetto radioattivo era costituito da materiale metallico radiocontaminato, nel 17% dei casi da vere sorgenti radioattive e nel 18% dei casi da quadranti di strumenti. In alcune sporadiche occasioni sono stati ritrovati parafulmini radioattivi e rilevatori di fumo
C’è poi un ulteriore quantità di materiale radioattivo su cui si hanno poche informazioni, quello proveniente dai traffici illeciti. Il rapporto di Legambiente ricorda che nel periodo 1996-1998, in particolare, risultavano entrati 2 milioni e 260mila tonnellate di rottami ferrosi attraverso i valichi ferroviari di Gorizia e Villa Opicina e quello stradale di Valico Sant’Andrea, lungo la frontiera orientale italiana: oltre 15mila tonnellate sono risultate radioattive e rispedite oltre confine.

 

(fonte: zonanucleare.com)

Acqua nucleare: le notizie taciute

 08:29

Incidente nucleare in Francia: acqua radioattiva contamina due fiumi

Trenta metri cubi di acque usate contenenti 12 grammi di uranio per litro si sono riversate ieri, per cause accidentali, in due fiumi — La Gaffière e L’Auzon — nel sud della Francia. Le acque provenivano dal sito nucleare di Tricastin a Bollène, nel distretto di Vaucluse, a circa 40 chilometri da Avignone. L’allarme è rientrato quasi subito (l’incidente è avvenuto intorno alle 6,30 del mattino): l’agenzia per la sicurezza nucleare francese (Asn) ha parlato di «rischio debole per la popolazione». Dello stesso parere i prefetti dei dipartimenti di Vaucluse e Drome. Le autorità locali hanno comunque preso misure di precauzione. Nei comuni di Bollèn e, Lapalud e Lamotte- du-Rhône sono stati vietati la presa d’acqua dai pozzi e l’impiego dell’acqua dei fiumi per irrigare i campi. Vietati anche la pesca, il consumo di pesce e i bagni nelle acque inquinate. L’incidente è avvenuto durante un’operazione di pulizia di una cisterna nello stabilimento Socatri, azienda del grupp!
o Areva, in attività dal 1975. «È la prima volta che si verifica un incidente del genere — ha detto Gilles Salgas, responsabile della comunicazione della società Socatri —. Su una scala di incidenti nucleari che va da 0 a 7 dovrebbe essere classificato a livello 1».

Una prima ricostruzione della dinamica dell’incidente è arrivata da una portavoce dell’Asn, Evangelia Petit: i circa trentamila litri di liquido contenente uranio — ha spiegato — si sono riversati durante alcune operazioni di pulitura, finendo al suolo e quindi in un canale adiacente, da dove poi sono finiti nei due fiumi. «Una parte della soluzione — ha precisato il direttore della sicurezza dell’Istituto di radioprotezione e sicurezza nazionale (Irsn), Thierry Charles— è stata recuperata, un’altra si è diluita nei corsi d’acqua e la terza fortunatamente non ha raggiunto la falda freatica». Le dichiarazioni rassicuranti delle autorità non sono servite a evitare lo scoppio di polemiche. «È impossibile che una diffusione di uranio di tale entità non abbia conseguenze importanti sull’ambiente e forse anche sulla salute della popolazione» dicono dall’organizzazione ecologista «Sortir du Nucleaire». In questi mesi in Francia il nucleare è un tema caldo dopo l’annuncio del presid!
ente Nicolas Sarkozy di voler aumentare il numero di centrali sul territorio nazionali (attualmente sono 53).

Attualmente la Francia ricava circa l’ottanta per cento della sua elettricità dal nucleare. proprio ieri Francia e Libia hanno ufficializzato l’accordo di cooperazione per lo sviluppo dell’energia nucleare a scopi pacifici concluso nel corso del 2007. Sempre ieri Sarkozy ha annunciato che entro fine anno in Giappone i paesi del G8 si riuniranno per un forum su energia nucleare ed energie rinnovabili, per coordinarne lo sviluppo e far fronte all’aumento dei prezzi del petrolio e del gas. «Vedo crescere il sostegno all’alternativa nucleare — ha detto Sarkozy —. Per la Francia è una scelta molto vecchia, il Regno Unito vuole rafforzarla, l’Italia è interessata e certamente anche gli Usa e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a titolo personale, è favorevole».

 

(da corriere.it)

Intervista a Jeremy Rifkin

 08:22

Una fatica inutile. Perché se anche rimpiazzassimo nei prossimi anni tutte le centrali nucleari esistenti nel mondo, il risparmio di emissioni sarebbe comunque un’inezia. Un quarto di quel che serve per cominciare a rimettere le briglie a un clima impazzito. Jeremy Rifkin non ha dubbi: quella atomica è una strada sbagliata, di retroguardia. Come curare malattie nuovissime con la penicillina. E non c’è neppure bisogno dei campanelli di allarme tipo Krsko per capirlo.

Basta guardare i numeri senza le lenti dell’ideologia. Proprio l’attitudine che, in Italia, scarseggia di più per il guru dell’economia all’idrogeno. Si vedrebbe così che l’uranio, come il petrolio, presto imboccherà la sua parabola discendente: ce ne sarà di meno e costerà di più. E che il problema dello smaltimento delle scorie è drammaticamente aperto anche negli Stati Uniti dove lo studiano da anni. “Vi immaginate uno scenario tipo Napoli, ma dove i rifiuti fossero radioattivi?” è il suo inquietante memento. Meglio puntare su quella che lui chiama la “terza rivoluzione industriale”.

L’incidente all’impianto sloveno arroventa il dibattito italiano, a pochi giorni dall’annuncio del ritorno al nucleare. Cosa ne pensa?
“Ho parlato con persone che hanno conoscenza di prima mano dell’incidente, e mi hanno tranquillizzato. Non ci sono state fughe radioattive e il governo ha gestito bene tutta la vicenda. Ho lavorato con l’amministrazione Jan%u0161a e posso dire che hanno sempre dimostrato una leadership illuminata nel traghettare la Slovenia verso le energie rinnovabili. Non posso dire lo stesso di tutti i paesi europei, ma posso lodare le politiche energetiche di Ljubljana”.


Superata questa crisi, in generale possiamo sentirci sicuri?
“Il problema col nucleare è che si tratta di un’energia con basse probabilità di incidente, ma ad alto rischio. Ovvero: non succede quasi mai niente di brutto, ma se qualcosa va storto può essere una catastrofe. Come Chernobyl”.

Il governo italiano ha confermato l’inizio della costruzione delle nuove centrali entro il 2013. Coerenza o azzardo?
“Non capisco i termini della discussione in corso in Italia. Amo il vostro paese, lo seguo da anni ma questa volta mi sento davvero perso. I sostenitori dicono: il nucleare è pulito, non produce diossido di carbonio, quindi contribuirà a risolvere il cambiamento climatico. Un ragionamento che non torna se solo si guarda allo scenario globale. Oggi sono in funzione nel mondo 439 centrali nucleari e producono circa il 5% dell’energia totale. Nei prossimi 20 anni molte di queste centrali andranno rimpiazzate. E nessuno dei top manager del settore energetico crede che lo saranno in una misura maggiore della metà. Ma anche se lo fossero tutte si tratterebbe di un risparmio del 5%. Ora, per avere un qualche impatto nel ridurre il riscaldamento del pianeta, si dovrebbe ridurre del 20% il Co2, un risultato che certo non può venire da qui”.

Un finto argomento quindi quello del nucleare “verde”?
“Non in assoluto, ma relativamente alla realtà, sì. Perché il passaggio al nucleare avesse un impatto sull’ambiente bisognerebbe costruire 3 centrali ogni 30 giorni per i prossimi 60 anni. Così facendo fornirebbe il 20% di energia totale, la soglia critica che comincia a fare una differenza. C’è qualcuno sano di mente che pensa che si potrebbe procedere a questo ritmo? La Cina ha ordinato 44 nuove centrali nei prossimi 40 anni per raddoppiare la sua potenza produttiva. Ma si avvia ad essere il principale consumatore di energia…”.

Ci sono altri ostacoli lungo questa strada?
“Io ne conto cinque, e adesso vi dico il secondo. Non sappiamo ancora come trasportare e stoccare le scorie. Gli Stati Uniti hanno straordinari scienziati e hanno investito 8 miliardi di dollari in 18 anni per stoccare i residui all’interno delle montagne Yucca dove avrebbero dovuto restare al sicuro per quasi 10 mila anni. Bene, hanno già cominciato a contaminare l’area nonostante i calcoli, i fondi e i super-ingegneri. Davvero l’Italia crede di poter far meglio di noi? L’esperienza di Napoli non autorizza troppo ottimismo. E questa volta i rifiuti sarebbero nucleari, con conseguenze inimmaginabili”.

Ecoballe all’uranio, un pensiero da brividi. E il terzo ostacolo?
“Stando agli studi dell’agenzia internazionale per l’energia atomica l’uranio comincerà a scarseggiare dal 2025-2035. Come il petrolio sta per raggiungere il suo peak. I prezzi, quindi, andranno presto su. Ciò si ripercuoterà sui costi per produrre energia togliendo ulteriori argomenti a questo malpensato progetto. Aggiungo il quarto punto. Si potrebbe puntare sul plutonio. Ma con quello è più facile costruire bombe. La Casa Bianca e molti altri governi fanno un gran parlare dei rischi dell’atomica in mani nemiche. Ma i governi buoni di oggi diventano le canaglie di domani”.

Siamo arrivati così all’ultima considerazione. Qual è?
“Che non c’è abbastanza acqua nel mondo per gestire impianti nucleari. Temo che non sia noto a tutti che circa il 40% dell’acqua potabile francese serve a raffreddare i reattori. L’estate di cinque anni fa, quando molti anziani morirono per il caldo, uno dei danni collaterali che passarono sotto silenzio fu che scarseggiò l’acqua per raffreddare gli impianti. Come conseguenza fu ridotta l’erogazione di energia elettrica. E morirono ancora più anziani per mancanza di aria condizionata”.

Se questi sono i dati che uso ne fa la politica?
“Posso sostenere un dibattito con qualsiasi statista sulla base di questi numeri e dimostrargli che sono giusti, inoppugnabili. Ma la politica a volte segue altre strade rispetto alla razionalità. E questo discorso, anche in Italia, è inquinato da considerazioni ideologiche”.

In che senso? C’è un’energia di destra e una di sinistra?
“Direi modelli energetici élitari e altri democratici. Il nucleare è centralizzato, dall’alto in basso, appartiene al XX secolo, all’epoca del carbone. Servono grossi investimenti iniziali e altrettanti di tipo geopolitico per difenderlo”.

E il modello democratico, invece?
“È quello che io chiamo la “terza rivoluzione industriale”. Un sistema distribuito, dal basso verso l’alto, in cui ognuno si produce la propria energia rinnovabile e la scambia con gli altri attraverso “reti intelligenti” come oggi produce e condivide l’informazione, tramite internet”.

Immagina che sia possibile applicarlo anche in Italia?
“Sta scherzando? Voi siete messi meglio di tutti: avete il sole dappertutto, il vento in molte località, in Toscana c’è anche il geotermico, in Trentino si possono sfruttare le biomasse. Eppure, con tutto questo ben di dio, siete indietro rispetto a Germania, Scandinavia e Spagna per quel che riguarda le rinnovabili”.

Ci dica come si affronta questa transizione.
“Bisogna cominciare a costruire abitazioni che abbiano al loro interno le tecnologie per produrre energie rinnovabili, come il fotovoltaico. Non è un’opzione, ma un obbligo comunitario quello di arrivare al 20%: voi da dove avete cominciato? Oggi il settore delle costruzioni è il primo fattore di riscaldamento del pianeta, domani potrebbe diventare parte della soluzione. Poi serviranno batterie a idrogeno per immagazzinare questa energia. E una rete intelligente per distribuirla”.

Oltre che motivi etici, sembrano essercene anche di economici molto convincenti. È così?
“In Spagna, che sta procedendo molto rapidamente verso le rinnovabili, alcune nuove compagnie hanno fatto un sacco di soldi proprio realizzando soluzioni “verdi”. Il nucleare, invece, è una tecnologia matura e non creerà nessun posto di lavoro. Le energie alternative potrebbero produrne migliaia”.

A questo punto solo un pazzo potrebbe scegliere un’altra strada. Eppure non è solo Roma ad aver riconsiderato il nucleare. Perché?
“Credo che abbia molto a che fare con un gap generazionale. E ve lo dice uno che ha 63 anni. I vecchi politici, cresciuti con la sindrome del controllo, si sentono più a loro agio in un mondo in cui anche l’energia è somministrata da un’entità superiore”.

 

(fonte: repubblica.it)