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Barriere coralline in pericolo

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Le piogge condizionano i venti

Le piogge diminuiscono la velocità del vento perchè spazzano via dall’atmosfera una quantità importante di energia cinetica contenuta nelle correnti aeree. A causa del riscaldamento [...] [leggi tutto]

Un'auto solare per un futuro green

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Popolazione insostenibile per un Pianeta saturo

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L’anno del respiro

8 febbraio 2009 07:51

L’inquinamento dell’aria costituisce problema prioritario nella definizione delle politiche ambientali di un ente. La percezione del rischio ambientale da inquinamento atmosferico è argomento , spesso, non sufficientemente analizzato e studiato sia dai tecnici che da politici ed amministratori. Il profilo prevalente nell’analizzare la questione della qualità dell’aria riguarda, infatti, l’analisi scientifica delle principali sostanze inquinanti, delle relative caratterizzazioni chimico-fisiche, dei danni all’ambiente ed alla salute,di concentrazioni atmosferiche e limiti legali, della loro tossicità e degli impatti ambientali, dei metodi di controllo dell’inquinamento, sullo sfondo di una normativa complessa che regola questa materia. Grazie ad organismi di controllo , siamo in grado di comprendere i principali fenomeni di inquinamento atmosferico e di valutare le principali fonti di emissione mobili quali il traffico che incide ad esempio nella pianura padana(esempio Reggio Emilia ) quasi per il 70% , nonché quelle fisse (grandi impianti, inceneritori, attività industriali).
Profilo,invece, assai poco esplorato è quello che riguarda lo studio e la conoscenza della percezione del rischio ambientale da parte di tutti noi cittadini.
Grazie al lavoro di ricerca nell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia è stata elaborata una prima tappa di un percorso di approfondimento sulla percezione del rischio ambientale oggetto di ulteriore approfondiment da parte dell dipartimento di Scienze cognitive e qualitative e del Prof. Sandro Rubichi. Da questo studio emergono così alcune tendenze che dovranno essere attentamente analizzate sia per quanto riguarda la percezione del rischio ambientale in se stesso, sia per quel che riguarda gli strumenti di trasmissione delle strategie messe in campo per migliorare la qualità dell’aria e modificare comportamenti e stili di vita.
Infatti , spesso, gli amministratori si trovano a dover assumere decisioni e a dovesi confrontare con situazioni contraddittorie. Colpisce come , dall’indagine effettuata dal Prof. Sandro Rubichi, a fronte di un’elevata dichiarata percezione del rischio ambientale, vi sia una scarsa disponibilità a modificare i propri stili di vita. Tutti noi sappiamo che l’automobile inquina e siamo preoccupati dell’uso del telefonino, ma siamo poco disponibili a modificare i nostri comportamenti, per renderli più sostenibili.L’aria che si respira era un problema per le città già nel secolo scorso e sarebbe insensato che, pur avendo a disposizione tecnologie innovative, elevate professionalità, possibilità di uso di risorse rinnovabili e pulite da incentivare, i rimedi al danno ambientale finiscano per essere troppo tardivi, pur sapendo che gli effetti climatici conseguenti all’inquinamento atmosferico sono ben noti : effetto serra, inversione termica e assottigliamento dello strato di ozono.
Oggi , ed in particolare nella pianura padana che è una delle aree più inquinate del pianeta, è troppo spesso sottovalutato dai partiti il problema della qualità dell’aria : per accennarre alla soluzione del problema occorre introdurre interventi strutturali come sta facendo ad esempio il Presidente degli Stati Uniti Obama che sostiene una mobilità dove le nuove tecnologie sostenibili non sono un optional : elettrico, idrogeno, trasporto pubblico veramente alternativo all’uso dell’automobile devono diventare un imperativo . Partiamo da qui per attuare un vero federalismo ambientale, facciamo in modo che l’aria pulita diventi la priorità per le nostre città, non nei programmi, ma nei fatti.

Contro Natura?

 07:49

E’ terminata pochi giorni fa al Museo di Storia Naturale Doria di Genova la mostra dal titolo “Against Nature”, dove il tema trattatato era l’omosessualità e i comportamenti sessuali nelle specie animali.
Questa interessantissima mostra, allestita all’interno del festival della Scienza, mi permette di affrontare due temi a me molto cari. Da una parte quello degli animali e dall’altro quello dell’omosessualità, temi che appartenendo alla sfera dei diritti, sicuramente dovranno essere sempre di più, una priorità per la nostra società, esattamente come quello dell’ambiente e dell’emergenza cambiamenti climatici.
Nonostante noi ancora oggi non abbiamo ancora un corretto approcio nei confronti del mondo animale, questo invece ci fa riflettere continuamente dandoci spunti interessanti da cui possiamo trarre teorie, spiegazioni e soluzioni.
La mostra, nata ad Oslo nel 2007, illustra i comportamenti omosessuali di 1.500 specie animali, dagli invertebrati ai mammiferi. Dai più piccoli insetti ai più giganteschi mammiferi marini, sono numerose le specie del regno animale in cui sono state osservate relazioni tra individui dello stesso sesso.
Come afferma lo stesso curatore della mostra di Oslo, il norvegese Geir Soeli, l’omosessualità fa parte della natura, negarla è un po’ come negare la natura stessa
Il visitatore viene accolto all’ingresso del Museo da due esemplari di cigno imbalsamati: sono due femmine. I cigni formano nella vita una sola fedelissima coppia e questo vale per coppie etero e omo. Passando dai pinguini reali (un maschio su cinque preferisce lo stesso sesso) ai giochi erotici dei trichechi (usano le pinne), i comportamenti sessuali vengono spiegati dagli etologi anche per la loro utilità: nei gruppi di scimpanzé o di lupi l’accoppiamento fra maschi diminuisce l’aggressività.
Così apprendiamo che le scimmie “bonobo”, che condividono il 99% del patrimonio genetico con l’ uomo, fanno sesso per scaricare lo stress, senza badare all’ età o al genere del partner. Oppure ci sono i cigni femmina, che stabiliscono durature relazioni tra di loro, e fanno sesso con i maschi solo per riprodursi. Poi tornano con la “compagna” e, insieme, allevano i piccoli. Più scaltri, i fenicotteri. Una coppia di maschi spesso “cova” uova altrui, perché i due riescono a controllare un territorio più vasto e i piccoli hanno maggiori probabilità di sopravvivere. Non c’ è differenza di genere, maschi e femmine, nei casi studiati, sono omosessuali in percentuali analoghe. Si possono fare più esempi maschili, soltanto perché gli studi sui maschi sono più facili, come spiega il curatore della mostra attraverso fotografie, modelli, installazioni.
Per dimostrare i risultati del lavoro degli scienziati, cominciato piuttosto recentemente, non più di vent’ anni fa. Però già Aristotele se n’ era accorto, 2300 anni fa, osservando le iene.
Per la verità, il grande filosofo greco confuse gli organi sessuali di due iene femmine (il cui aspetto è piuttosto pronunciato) con quelli maschili e concluse, sconcertato, di aver assistito a un accoppiamento tra maschi: insomma, aveva ragione sull’omosessualità, ma non sul genere. D’altra parte, dovettero passare più di duemila anni perché etologi ben più esperti correggessero la sua tesi.
L’istinto di accoppiamento, la spinta a perpetuare la specie non è dettata esclusivamente da una necessità biologica scritta nei geni: in natura, infatti, possono esistere relazioni omosessuali che durano una vita intera.
La mostra infatti propone una natura fatta di animali omosessuali, proprio per dimostrare che l’omosessualità non è una devianza umana, una forma di vita contro natura. Anzi, tutt’altro, è talmente naturale che esiste anche negli animali.
L’insegnamento che ci trasmette il mondo animale, ancora una volta, è che la diversità è il terreno su cui si fonda il futuro, è una ricchezza, la vera sfida e speriamo che il Gay Pride di quest’anno che si terrà a Genova venga vissuto in un’ottica di convivenza del diritto di ognuno a poter manifestare la propria sessualità.
Concludo con una più che adatta citazione di Magnus Enquist, etologo dell’Università di Oslo, ricordiamo che: “Ci sono cose che vanno contro natura molto più dell’omosessualità, cose che soltanto gli umani riescono a fare, come avere una religione o dormire in pigiama”.

Tutti uniti per il clima

 07:40

L’allarme clima è stato lanciato nel nostro Paese con la prima Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici, organizzata presso la FAO nel settembre 2007 dal Ministro dell’Ambiente, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Agire per ridurre le emissioni di gas serra, incrementare la produzione di energia da fonti rinnovabili ed aumentare il risparmio e l’efficienza energetica è urgente e improrogabile e l’impegno a raggiungere gli obbiettivi stabiliti dallo Spring European Council del 2007 (20-20-20 entro il 2020) deve essere forte a tutti i livelli, dal singolo cittadino al governo nazionale, pena l’insuccesso.
Questi obbiettivi sono infatti quelli minimi, non tanto per arrestare i cambiamenti climatici, quanto per consentire al nostro Pianeta di adattarvisi senza conseguenze catastrofiche per gli ecosistemi naturali e per la nostra salute.
E’ ormai provato inoltre che, anche dal punto di vista economico, è conveniente agire subito nella direzione stabilita dagli accordi internazionali in materia di clima: la differenza tra quello che ci costa non agire e quello che ci costa agire è tra dieci e 40 volte maggiore a favore dell’azione: l’azione costa da 5 a 7 miliardi di euro contro un costo minimo dell’inazione di 50 miliardi di euro, senza contare che la salute dei cittadini è un valore senza prezzo.
Unanimi sono in questo senso tutti i rapporti sull’argomento: dal Rapporto Stern sull’inazione a quello dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (AEA) sulle emissioni dei grandi impianti a quello dell’European Environmental Bureau sui costi-benefici per la salute della riduzione delle emissioni.
In effetti i segnali che anche il sistema economico-produttivo si sta spostando verso l’efficienza energetica e le energie rinnovabili sono numerosi: in Danimarca nel 2008 si è misurato un incremento del business legato a questo settore del 17 %; gli economisti dell’UNEP (United Nations Environment Programme) stanno lavorando a un vero e proprio Green New Deal in grado di creare milioni di posti di lavoro e dare un nuovo impulso all’economia globale; alla fiera Ecomondo 2008 a Rimini gli imprenditori-espositori che operano nel campo dell’efficienza, del risparmio energetico e delle energie rinnovabili sono ormai centinaia.
A Dicembre l’Europa ha finalmente ribadito gli impegni del 20-20-20 entro il 2020 che sono stati considerati “non negoziabili” dal Presidente della Commissione Europea Barroso, nonostante le forti pressioni dell’Italia (che si è fatta anche portatrice delle istanze dei paesi più inquinanti dell’Est europeo) a rivedere il tutto.
Durante la discussione del pacchetto clima si sono registrate numerosissime iniziative a sostegno delle politiche contro i cambiamenti climatici: dalle iniziative delle Associazioni Ambientaliste e del Movimento Federalista Europeo – citiamo ad esempio un interessante Convegno promosso dai Verdi Ambiente e Società a Milano il 16 Dicembre 2008 Immissioni ed emissioni: azioni e tecnologie per ridurre le emissioni – ai numerosi documenti approvati nei Consigli Comunali, Provinciali e Regionali di tutta Italia, quasi sempre su proposta dei Verdi, di sostegno alle politiche europee.
Non sono mancate poi le autorevoli prese di posizione di personaggi pubblici: ricordiamo il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ha dichiarato che i valori ambientali vanno tutelati anche durante un periodo di crisi economica, il Premio Nobel Al Gore che ha esortato gli italiani a convincere il Governo a cambiare idea sulle politiche per il clima, Jeremy Rifkin dell’Università dell’Idrogeno che ha promosso un appello alle istituzioni nazionali ed internazionali ricco di dati inconfutabili sui cambiamenti climatici, infine un gruppo di industriali del calibro di Shell, Fortis, Vodafone, Enel che si sono uniti sotto il nome di EU Corporate Leaders Group on climate Change (EU CLG) a sostegno delle politiche europee sul clima.

Fondamentale in questo duro cammino verso gli obbiettivi del 20-20-20 è il ruolo delle comunità locali: un recente studio promosso dal Coordinamento Nazionale Agende 21 locali italiane dimostra infatti come gli Enti Locali, con politiche autonome, possano incidere almeno per il 20% sul raggiungimento degli obbiettivi stabiliti dal protocollo di Kyoto.
In questo ambito registriamo un’interessante iniziativa promossa dal Coordinamento Nazionale Agende 21 svoltasi a Bologna il 5 Dicembre scorso dal titolo Il clima delle città, le città per il clima, dove, tra l’altro, è stato presentato il prezioso manuale di efficienza e risparmio energetico per gli enti locali Energia e clima, beni comuni promosso dal FORMEZ.
La Commissione Europea, infatti, attraverso la DGTREN (Energia e Trasporti) ha promosso il Covenant of Mayors, ovvero il Patto dei Sindaci, proposto alle città europee per assumere concretamente gli impegni di Kyoto sul proprio territorio: il Patto dei Sindaci in Italia è seguito in particolare dalla Fondazione ANCI Ideali e dal Coordinamento Nazionale Agende 21 locali italiane.
Il Comune di Reggio Emilia, ad esempio, dopo aver ottenuto dal Sole 24 ore il primato italiano per le politiche energetiche, si appresta a diventare una Kyoto town, grazie ad una serie di iniziative virtuose in campo energetico ed in particolare al Piano Energetico Comunale per Kyoto, che stabilisce concretamente e con rigore scientifico le azioni da fare da qui al 2020 per raggiungere gli obbiettivi di Kyoto sul territorio comunale.
Infine, proprio dai signori del petrolio ci arriva una lezione per il clima: Masdar, centro modello negli Emirati Arabi, produrra zero rifiuti e zero emissioni di CO2; i suoi primi quartieri saranno inaugurati nel 2009 ed entro il 2013 accoglierà 55.000 abitanti; non ci sarà posto, invece, per le auto a benzina.

Le fonti di energia alternativa da area di nicchia a Decisive Action.

7 febbraio 2009 22:43

Gli approcci allo sviluppo più comunemente considerati sono tre: quello economico, che focalizza soprattutto gli aspetti legati alla crescita; quello ambientalistico, legato in primis alla tutela, quello sociologico, che privilegia gli aspetti relativi alla vita umana.

Come si evidenzia dalla figura (modificata da Giautzi M. e Nijkamp P., Decision support model for regional soustainable development, Avebury, Adershot, England, 1993), perseguire lo sviluppo sostenibile significa tenere conto di esigenze non solo ecologiche, ma anche economiche e sociali. Spesso le tre esigenze sono state considerate l’una antitetica alle altre, per cui il risultato migliore era ritenuto quello di collocarsi in una posizione di bisettrice rispetto alle tre dimensioni rappresentate graficamente: in una parola, misurando da 1 a 100 la possibilità di conseguire l’optimum su ciascun lato, raggiungere il 33% circa di ciascuna delle tre dimensioni. Ma la schematizzazione, che può aiutare alla comprensione immediata del problema, ha il difetto di essere semplicistica e non flessibile. Si può oggi parlare di una dimensione ecologica che non produca di per sé vantaggi economici? Si può parlare di una dimensione sociale che non tenga conto della “vera” qualità della vita? Si può pensare ad una dimensione economica in cui non si tiene conto dei guasti provocati dall’elusione di alcuni problemi (cambiamento climatico, inquinamento, ecc)? La risposta, naturalmente, è no. Il nostro modello di benessere richiede aria, acqua e cibi non inquinati, paesaggi non degradati mari e coste accoglienti, città capaci di contenere, proteggere ed esaltare i nostri immensi patrimoni culturali e nello stesso tempo capaci di esprimere funzioni ed organizzazioni in linea con le esigenze dalla vita contemporanea in tutti i suoi aspetti. Di qui il bisogno di rivolgere la nostra attenzione a sistemi di tutela e uso del territorio diversi e/o integrativi rispetto a quelli tradizionali. Le biomasse forestali, il settore fotovoltaico e termico, il settore idroelettrico e in misura limitata il comparto eolico risultano le principali risorse rinnovabili dei nostri territori. Queste risorse godono anche di incentivi ministeriali ma il loro sfruttamento a tutt’oggi è molto inferiore alle potenzialità espresse. Si sta però facendo strada con crescente incisività l’idea che la carta vincente della nuova edilizia e della nuova industria in generale poggia sulla progettazione e realizzazione di impianti dedicati al benessere delle persone nei diversi ambienti in cui si svolge la loro vita. In condizioni di clima assai variabili e tendenti all’estremizzazione (molto freddo, molto caldo; molta pioggia, assenza di pioggia) e in condizioni economiche di crisi, tre sono le condizioni da ottimizzare: 1. la possibilità di creare un equilibrio perfetto degli scarti termici cui è sottoposto il corpo umano; 2. l’abbassamento dei costi di gestione e l’utilizzo di fonti energetiche alternative ed ecologiche con la riduzione del movimento di polveri e di impurità dell’aria; 3. la possibilità di evitare sprechi delle risorse impropriamente dette rinnovabili, soprattutto l’acqua. Ecco quindi che nella costruzione degli edifici vanno privilegiati tutti gli accorgimenti che rendono sostenibile l’abitare: raccolta dell’acqua piovana, doppie condutture (per acqua potabile e non), sistema di raccolta dei rifiuti condominiali (con divisione tra umido e parte da differenziare), utilizzo di pannelli solari, di materiali isolanti, di vetri speciali, sistemi di emissione corretta dei degli impianti, e così via. Queste forme di nuova edilizia molto più delle tradizionali sostengono la forza lavoro (cosa non di poco peso nei momenti di crisi) e consentono notevoli risparmi sulle bollette energetiche. In questo senso le fonti di energia alternative possono darci un contributo essenziale che ci avvicina a traguardo -per ora ancora lontano- dello sviluppo sostenibile, mirante ad una diversa e diffusa qualità della vita, che non si limiti a soddisfare i soli bisogni della nostra generazione , ma punti a mantenere inalterate le possibilità delle generazioni future. E’ dunque sempre più evidente che occorre cambiare rotta, prima di tutto nella politica e nel governo dei nostri territori e nella mentalità comune. Il discorso si fa molto lungo e complesso, ma possiamo portare un esempio di per sé illuminante, nell’attuale contesto mondiale, di come occorra innovare gli attuali modelli di sviluppo e i rapporti economico-sociali. La crisi in atto ha determinato (e determinerà ancora di più nel prossimo futuro) una forte contrazione dei posti di lavoro, particolarmente sensibile nel comparto automobilistico e nel suo indotto. In Italia si parla di una perdita di 300.000 posti di lavoro (più un numero più o meno equivalente di lavoratori dell’indotto), cui il governo cercherà di far fronte soprattutto attraverso una nuova campagna di rottamazione ( si parla di 300 milioni di euro, contro i 2500 messi in campo dai britannici ). Qual è lo scenario ipotizzabile? Si ridurrà in minima parte la fuoruscita dei lavoratori anche grazie al ricorso allargato alla cassa integrazione e si aumenterà l’indebitamento delle classi meno abbienti, già messe in crisi dai mutui. Il tutto senza produrre nessun miglioramento sul piano della dimensione ecologica, né sotto il profilo della conoscenza scientifica, né sotto quello della competitività aziendale, né sotto quello dell’innalzamento del livello professionale degli addetti. Diverso l’atteggiamento del neo presidente americano, che propone di stimolare, attraverso un’incentivazione federale, la ricerca di nuovi motori ecologici, di produzione di auto elettriche, di sperimentazione di forme energetiche alternative: in questo modo Barack Obama dimostra di voler trasformare un momento di depressione mondiale in un’occasione per programmare un nuovo sviluppo, trasformando una crisi in un vantaggio competitivo. Naturalmente tutto ciò ha un costo: il processo deve essere iniziato con fatti certi e non con parole; non si può aspettare che cominci qualcun altro in Europa per poi andargli dietro (si arriverebbe perlomeno secondi). Ma, soprattutto, non ci si possono aspettare risultati immediati. Per poter immettere sul mercato mezzi di trasporto meno inquinanti a prezzi contenuti, occorrono almeno dieci anni di lavoro. Dunque, con attenzione al bene comune, occorre integrare il vecchio (sostegno di tipo tradizionale come ad es. la rottamazione) con il nuovo (innovazione e forme di utilizzo di energie alternative). Cominciare subito ad introdurre il nuovo ci porterà ad arrivare primi e la nostra esperienza e la nostra professionalità sono e devono rimanere i nostri assi nella manica.

Milano-Premio Amazzoni donne nel lavoro 2008

20 gennaio 2009 15:50

All’evento “Premio Amazzoni donne nel lavoro 2008“, patrocinato dalla Regione Lombardia e dalla Provincia di Milano, riconoscimento particolare dato alle capacità manageriali delle donne, che quest’anno premia le aziende particolarmente attente alla tutela della natura, dell’ambiente e al risparmio energetico, interverrà anche Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione UniVerde.

Il tema della serata sarà l’eco-sostenibilità. L’appuntamento è il 29 Gennaio a Milano.

GAS: Non c’è crisi, merito del precedente governo

8 gennaio 2009 15:45

Sulla crisi del gas tra Russia e Ucraina che sta imperversando da giorni sulle pagine dei principali giornali abbiamo intervistato Angelo Bonelli, ex capogruppo dei Verdi alla Camera , per avere una visione più chiara di quanto sta  accadendo.


In un periodo climatico così delicato, dove la neve ha imperversato per giorni e giorni in gran parte dell’Italia causando enormi disagi e vittime, leggere quotidianamente della diatriba tra Mosca e Kiev sull’approvvigionamento del gas non è molto rassicurante. Può spiegarci bene cosa sta succedendo?

L’attuale crisi tra Russia e Ucraina con le forti difficoltà nell’approvvigionamento di gas e le dichiarazioni del ministro Scajola, secondo il quale non c’è nessun problema per l’Italia, evidenziano quanto forte sia stata la campagna denigratoria e di mistificazione nei confronti dei Verdi e degli ambientalisti nella scorsa legislatura.
Quali sono i dati relativi al nostro stock di approvvigionamento?
Nei centri di stoccaggio vi sono riserve per circa 14 miliardi di metri cubi di gas che sono quelle che il ministero dell’Ambiente aveva determinato durante il governo Prodi.

Quindi per noi non ci sarebbero problemi sostanziali?
Se oggi il ministro Scajola può dichiarare che non ci sono problemi per il nostro Paese lo deve proprio agli interventi del precedente governo sugli stoccaggi del gas e sul rigassificatore di Porto Viro, autorizzato dal tanto attaccato ministro dell’Ambiente. Il governo Berlusconi, infatti, non ha fatto nulla per la sicurezza energetica ed anzi ha innestato la marcia indietro nelle politiche per l’efficienza energetica e le rinnovabili.

Quindi, a suo avviso, le numerose polemiche che si verificarono durante il governo Prodi erano sostanzialmente strumentali?
Sembra che in Italia le emergenze energetiche ci siano solo a seconda delle convenienze politiche. A settembre del 2007, proprio alla vigilia della prima Conferenza sul clima i vertici dell’ Enel, dell’Eni autorevoli esponenti dell’attuale maggioranza da Matteoli a Scajola attaccavano i Verdi e il ministero dell’Ambiente perchè colpevoli di portare l’Italia nell’inverno 2008 nel black-out energetico. Polemiche su polemiche per attaccare i Verdi e il ministero dell’Ambiente sui rischi legati alla sicurezza energetica a causa della carenza delle infrastrutture energetiche di approvvigionamento del gas.

Intervista di Valentina Faraone

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