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Rischi/benefici derivanti dall’impiego di OGM in alimentazione animale

25 settembre 2015 13:50

Federico Infascelli, Raffaella Tudisco, Pietro Lombardi, Serena Calabrò, Monica I. Cutrignelli, Micaela Grossi

Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali Università di Napoli Federico II

Una tra le preoccupazioni sollevate dall’opinione pubblica sull’impiego degli OGM nel settore agroalimentare è rappresentata dal destino metabolico dei frammenti di DNA modificato ingeriti dagli animali. L’integrità del DNA, infatti, rappresenta il fattore chiave per un ipotetico trasferimento genico orizzontale del DNA ricombinante alla microflora intestinale con   acquisizione di nuove informazioni da organismi geneticamente distinti (van den Eede et al., 2004).

Diversi risultano i quesiti  ancora da risolvere:

  1. i frammenti di DNA modificato o le proteine derivanti potrebbero essere trasferiti ed accumulati nell’organismo di animali che sono stati alimentati con piante GM e nei prodotti (latte, carne ed uova) da loro forniti?
  2. il DNA del gene introdotto o modificato in una specie vegetale, se trasferito agli animali che la consumano, potrebbe causare effetti avversi alla loro salute?
  3. il consumo di specie vegetali geneticamente modificate o di prodotti di origine animale provenienti da animali alimentati con piante GM potrebbe portare ad effetti avversi alla salute dell’uomo?

Numerose ricerche sono state effettuate nell’uomo e in diverse specie animali allo scopo di valutare la sopravvivenza del DNA nel tratto gastro-intestinale e la presenza di frammenti genici in diversi tessuti e organi. Alcune di esse hanno messo in luce una rapida degradazione, in vivo e in vitro (Harrison et al. 1996) ed a seguito di processi fermentativi ruminali (Smith and McAllan, 1973) od extra ruminali (Fearing et al., 1997) dei frammenti di DNA trasformato. Se tali risultati sembrano negare la possibilità che il DNA trasformato possa essere assorbito, altre osservazioni indeboliscono questa ipotesi. Nell’uomo, Martin-Orúe et al. (2002), in prove in vitro, non osservarono frammentazione del DNA in ambiente gastrico per la soia e per il mais GM; incubando, invece, il solo DNA estratto dalla prima, questo veniva degradato per circa l’80%. Nel piccolo intestino, entrambi gli alimenti GM venivano non totalmente degradati e con diverse velocità. Netherwood et al. (2004) somministrarono a 7 volontari ileostomizzati una dieta contenente soia resistente al glifosate: il transgene veniva recuperato da tutti gli ileostomizzati, ma in quantità altamente variabile tra i soggetti. Schubbert et al. (1997) in topi alimentati con DNA proveniente dal batteriofago M13mp18 misero in evidenza che il DNA estraneo attraversava l’epitelio della parete intestinale, raggiungeva i leucociti delle placche di Peyer ed era trasportato attraverso il sangue periferico ai leucociti e quindi alla milza e al fegato. Duggan et al. (2003), nel liquido ruminale di pecora, rilevarono la presenza del frammento di 1914 bp del gene Bt fino a 5 ore dopo l’ingestione di granella di mais GM. Al contrario questo non fu rilevato in animali alimentati con insilato proveniente dallo stesso mais GM. Frammenti più piccoli (211 bp) del transgene cry1A(b) furono invece amplificati 3 e 24 ore dopo l’ingestione rispettivamente di insilato e di granella di mais GM. Aeschbacher et al. (2002) rilevarono in polli alimentati con mais GM, oltre a frammenti del gene ivr (invertasi, 226 bp) anche quelli del gene Bt nel fegato, nella milza e nel muscolo. In polli alimentati con mais GM, Chambers et al. (2002) ritrovarono il gene marcatore per la resistenza all’ampicillina nel gozzo (100% dei casi) e nello stomaco (40% dei casi), ma non nel contenuto intestinale. Chowdhury et al. (2003) rivelarono frammenti transgenici – 110-437 bp del gene cry1A(b) – nel contenuto intestinale di maiali alimentati con mais transgenico.

Allo scopo di apportare un contributo in merito, presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali dell’Università di Napoli Federico II, sono state effettuate alcune indagini sperimentali in ognuna delle quali sono stati costituiti gruppi omogenei di animali che ricevevano con la dieta soia convenzionale vs soia RoundUp Ready (RR), caratterizzata dalla presenza del gene epsps, isolato dall’Agrobacterium tumefaciens ceppo CP4, in grado di rendere la pianta resistente all’azione dell’erbicida glifosate. In tutte le indagini si è provveduto alla ricerca, mediante PCR, delle sequenze di DNA transgenico, nonché alla valutazione dell’attività di alcuni enzimi serici e tissutali.

Una prima indagine è stata effettuata su conigli bianchi di Nuova Zelanda (BNZ) di età media di 70 ± 5 giorni (peso vivo medio di 2 ± 0.90 kg), equamente distribuiti tra i sessi, allevati in gabbie individuali e suddivisi in due gruppi omogenei (C e T). Entrambi i gruppi sono stati alimentati con una dieta costituita per l’80% da un mangime completo del commercio sotto forma di pellets e per il 20% da farina di estrazione di soia (soia f.e.). Mentre per il gruppo A è stata utilizzata soia f.e. di tipo convenzionale, al gruppo B è stata somministrata una soia RoundUp Ready (RR). Da tutti gli animali, subito prima della macellazione, si è provveduto a prelevare in condizioni sterili 10 ml di sangue in provette vacutainer contenenti sodio citrato. Sui campioni, trasportati a +4°C in laboratorio, si è provveduto immediatamente all’estrazione del DNA. Un’altra provetta vacutainer di sangue è stata centrifugata a 3000 g per ottenere il siero. Successivamente sono stati prelevati campioni di tessuto muscolare (coscio sinistro), di parenchima epatico, renale, splenico e cardiaco, nonchè dei contenuti del duodeno, del cieco e dell’ampolla rettale (feci). Tutti i campioni sono stati conservati in tubi sterili, trasportati a +4°C in laboratorio e conservati a -20°C. Mentre non è stato possibile mettere in evidenza sequenze di DNA transgenico, gli animali alimentati con soia GM hanno mostrato livelli significativamente (P<0.05) più elevati dell’attività degli enzimi LDH a livello cardiaco e renale, e del ALT e della GGT solo a livello renale. Per quanto riguarda la distribuzione degli isoenzimi, differenze significative sono state rilevate per LDH1 e LDH2 nel cuore e LDH1 nel rene. Un significativo aumento di questo isoenzima è stato anche rilevato nel fegato (Tudisco et al., 2006).

La seconda indagine (Tudisco et al., 2010) è stata effettuata impiegando capre pluripare, equamente suddivise in due gruppi (A e B) omogenei per numero di parti e per quantità di latte prodotto nella precedente lattazione. I soggetti del gruppo A, ricevevano fieno di avena ad libitum e un mangime concentrato integrato del commercio somministrato in ragione di 200 – 300 e 400 g/capo/die, rispettivamente 45, 30 e 15 giorni prima della presunta data del parto, individuata attraverso esame ecografico effettuato al 60° giorno di gravidanza. Il mangime non conteneva alimenti geneticamente modificati. I soggetti del gruppo B, invece ricevevano con modalità analoghe un mangime isoproteico ed isoenergetico come il precedente, che però tra i gli ingredienti presentava soia geneticamente modificata (RoundUp® Ready). Dopo il parto (occorso per tutti i soggetti entro la prima decade di febbraio) i soggetti di entrambi i gruppi hanno ricevuto il mangime concentrato integrato sopra descritto in quantità progressivamente crescente fino ad 700 g/capo/die. A partire da 15 giorni dopo il parto è stata registrata, a cadenza mensile e per un totale di 5 controlli, la produzione lattea individuale. In occasione di ciascun controllo sono stati prelevati campioni individuali di latte (ottenuti ponderando le produzioni delle due mungiture giornaliere) per le determinazioni chimiche. Inoltre, da ogni capra 100 ml di latte sono stati prelevati e congelati a -20 °C per l’estrazione del DNA. Dopo il parto, 10 capretti (A e B) per gruppo nati da parti bigemini sono stati tenuti in box separati, su lettiera in terra battuta e senza alcuna possibilità di accesso agli alimenti e alimentati unicamente con il latte materno. Tutti gli animali sono stati sacrificati alla età media di 60 ± 7 giorni, epoca alla quale avevano raggiunto il peso vivo medio di 11,2 ± 1.2 kg. Da tutti gli animali, immediatamente prima della macellazione, sono stati prelevati in condizioni sterili 10 ml di sangue in provette vacutainer contenenti K3-EDTA. Successivamente sono stati prelevati campioni di tessuto muscolare, di parenchima epatico, renale, splenico e cardiaco, Tutti i campioni sono stati conservati in tubi sterili da 50 ml, trasportati a +4°C in borse termiche ed in seguito conservati -20°C.

Soltanto nel gruppo di animali alimentati con soia RR, sono stati rilevati, nel latte (tabella 1 in allegato) frammenti transgenici del promotore 35S e del gene cp4 epsps della soia RR con frequenza, in funzione del prelievo, tra il 30 e il 70% e tra il 40 e il 50%, e nel sangue con frequenza del 20% e del 42.5%, rispettivamente. Nel siero di questi animali i livelli degli enzimi AST and ALT risultarono significativamente (P<0.05) più bassi.

Di notevole interesse appaiono i risultati scaturiti dalle indagini effettuate sui capretti. Soltanto nel gruppo nato dalle madri alimentate con soia GM, infatti, sono stati rilevati frammenti del DNA transgenico nel fegato, rene, muscolo, milza, cuore e sangue (tabella 2 in allegato). Tali risultati suggerirebbero un passaggio del DNA attraverso il latte. In questi capretti, infine, è stato registrato un significativo aumento dell’LDH, in particolare dell’isoenzima LDH1 nel cuore, muscolo e rene, nonchè della GGT nel fegato. Tali ultime alterazioni, confermate anche da reazioni di istochimica, sarebbero da attribuire ad un aumento del metabolismo cellulare e indicano la necessità di ulteriori studi per valutare possibili effetti a lungo termine.

L’indagine condotta al fine di valutare l’integrità del DNA vegetale di origine alimentare nel latte di capra e in alcuni organi e tessuti dei figli di tali soggetti ha portato a risultati molto interessanti: aver rilevato sequenze transgeniche contribuisce a dare giusto credito alle preoccupazioni di una larga fascia di consumatori nei riguardi del consumo di alimenti GM. Se, infatti, la sola presenza di DNA transgenico nelle derrate non è corretto venga considerato pericoloso per la salute umana, siamo dell’avviso che essa rappresenti in ogni caso una alterazione della naturale composizione di un alimento. Riguardo alla possibilità che gli alimenti GM possano determinare alterazioni morfo-funzionali nell’organismo animale, infine, ci preme ricordare la necessità di condurre ulteriori indagini, alla luce dei risultati relativi alle alterazioni enzimatiche ottenuti anche nella indagine sui conigli precedentemente descritta.

In merito ad eventuali alterazioni dei prodotti di o.a. riferibili al consumo da parte degli animali di materie prime geneticamente modificate, in una recentissima ricerca abbiamo rilevato diminuzione significativa del contento in proteine, in grasso e delle IgG nel colostro di capre alimentate per 2 mesi prima del parto con mangime contenente soia RoundUp® Ready. Notevolmente peggiorate sono, di consegienza, risultate le performance di accrescimento dei capretti che hanno ricevuto tale colostro (Tudisco et al., 2015).

Di notevole ausilio allo studio degli alimenti zootecnici GM appare il ricorso a tecniche in vitro in grado di svelarne eventuali modificazioni dell’andamento fermentativo. Allo scopo è stata effettuata una indagine sperimentale (Tudisco et al., 2004)., impiegando la tecnica della produzione cumulativa di gas (Theodorou,  1993), che consente di stimare la digeribilità della sostanza organica nonché la cinetica di fermentazione di alimenti incubati in liquido ruminale. Confrontando granelle intere di mais Mon810 e di soia RR con le rispettive controparti convenzionali, è emerso, malgrado la composizione chimica non differente, che la modificazione genetica comporta per il mais un significativo aumento della velocità di fermentazione (figura 1) e per la soia un significativo decremento della produzione di gas. Per quanto riguarda il mais, non avendo elementi a sufficienza per giustificare con validi supporti scientifici tale diverso comportamento dell’alimento GM, non possiamo che formulare qualche ipotesi, la cui verifica è oggetto di ulteriori nostre ricerche.  Infatti, sulla base delle conoscenze in nostro possesso e su quanto reperito in letteratura è verosimile credere che l’aver indotto la resistenza a Ostrinia nubilalis introducendo il gene Cry 1Ab proveniente da Bacillus thurigiensis, abbia in qualche modo comportato una modificazione della struttura dell’amido presente nel contenuto cellulare. Tali risultati consentono innanzitutto di rilevare l’inadeguatezza del principio di “sostanziale equivalenza nutrizionale” qualora essa si basi sulla similitudine delle sole caratteristiche chimiche. Da non sottovalutare, infine, in termini di sicurezza alimentare l’ipotesi scaturita dai nostri risultati circa la possibile alterazione, durante l’introduzione del gene modificato, di altri siti del genoma (responsabili come avvenuto nel caso del mais di una struttura differente dell’amido).

Allo scopo di fornire valide alternative all’impiego di soia e mais (gli alimenti che più preoccupano in seguito alla loro modificazione genetica, ma che da parte di qualcuno sono considerate insostituibili nell’allevamento animale) il nostro gruppo di ricerca effettua da anni prove di campo volte a verificare la possibilità della sostituzione di queste materie prime nell’alimentazione degli animali in produzione zootecnica. I risultati di tali studi appiono molto confortanti. In particolare, in una prova nella quale abbimo sostituito, quale fonte proteica, il favino alla soia nella razione di vitelloni bufalini in accrescimento, sia le peformance di accrescimento che al qualità delle carni non hanno mostrato alcun peggioramento (Calabrò et al., 2014), mentre l’impiego dell’insiolato di orzo, invece di quello di mais, ha comportato addirittura miglioramenti della qualità del latte di bufala (Tudisco et al., 2010).

Per i riferimenti e le tabelle si rimanda all’allegato in basso

In basso è possibile scaricare l’articolo in PDF:

Rischi benefici derivanti dall’impiego di OGM in alimentazione animale.pdf

Una pizza, al gusto Scienza!

24 settembre 2015 11:18

Domani, in occasione della “Notte europea dei ricercatori 2015 – 10° anno”, dalle ore 19:30 alle ore 20:30, al SAPERmercato in Piazza del Mercato a Frascati ci sarà l’evento di presentazione della campagna  #pizzaUnesco: Una pizza, al gusto Scienza!

La pizza è uno degli alimenti più amati dagli italiani ed apprezzato in tutto il mondo. È un alimento semplice, con radici storiche e mediamente economico, che si può trovare ovunque e in qualunque forma (prodotto fresco, congelato, cotto al forno a legna). Ma qual è il vero segreto che rende la pizza tanto speciale? Ricercatori e pizzaioli s’incontreranno domani per spiegare perché la pizza è così buona e quali sono le proprietà chimiche dei principali alimenti che vengono utilizzati per produrla.

L’appuntamento al sapore di pizza per la “Notte europea dei ricercatori” è fissato per domani 25 settembre alle ore 19,30 a Frascati, la città che ogni anno diventa la capitale della scienza per gli oltre trecento eventi che durante il giorno saranno realizzati in tutta Italia, per via, anche, del fatto che in questo comune della provincia romana hanno sede alcuni dei più importanti istituti di ricerca del CNR e dell’ENEA.

All’incontro parteciperanno: Daniela Romanazzo, chimica, ricercatrice dell’Università di Tor Vergata, che ha lungamente studiato la chimica dei cibi e della pizza in particolare; Alfonso Pecoraro Scanio, presidente della Fondazione UniVerde, che con l’Associazione Pizzaiuoli Napoletani, Coldiretti, Associazione Verace Pizza Napoletana e RossoPomodoro hanno promosso la petizione per sostenere l’iscrizione dell’Arte dei piazzaiuoli napoletani nella lista del patrimonio mondiale immateriale dell’Unesco.

Durante l’evento sarà offerta una degustazione di pizza a legna.

Impatto ambientale delle coltivazioni transgeniche: i dati scientifici

20 settembre 2015 14:20

Prof. Manuela Giovannetti Ordinario di Microbiologia Agraria Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari e Agro-ambientali, Università di Pisa

Le biotecnologie e l’ingegneria genetica sono alla base della nostra vita di tutti i giorni: ci forniscono cibi e bevande come pane, formaggio, birra, vino, yogurt, antibiotici e cortisone, e medicine come insulina, interferone e molte altre sostanze fondamentali per la nostra salute. Sono convinta che le biotecnologie siano uno dei settori più importanti per lo sviluppo della società e dell’economia della conoscenza, in Italia e in Europa. Tuttavia, da microbiologa e biotecnologa, nutro alcuni dubbi relativi alla coltivazione in pieno campo delle piante transgeniche (o geneticamente modificate, GM), basati sulle numerose evidenze scientifiche pubblicate sulle più influenti riviste internazionali.

Il primo dubbio riguarda la resistenza agli erbicidi usati per combattere le malerbe. Circa l’83% delle colture GM nel mondo è rappresentato da piante capaci di tollerare gli erbicidi, il cui uso è aumentato in misura consistente: per esempio, di 239 milioni di chili negli USA tra il 1996 e il 2011. Tale aumento è da ascriversi al fatto che le grandi compagnie biotecnologiche che hanno brevettato la modificazione genetica, sono spesso multinazionali agrochimiche e sementiere, in grado di produrre e vendere non solo i semi transgenici ma anche i relativi erbicidi da somministrare alle colture GM resistenti agli erbicidi stessi. E’ stata recentemente riportata l’insorgenza di piante infestanti resistenti a uno degli erbicidi più utilizzati, il glifosato, causata dall’intensa pressione selettiva a cui sono sottoposte le piante infestanti attraverso i trattamenti ripetuti con l’erbicida, anche durante il periodo di crescita delle colture GM. In particolare, negli USA una specie di amaranto (Amaranthus palmeri) resistente al glifosato si è diffusa molto rapidamente dal 2005 a oggi e pone seri problemi economici alla produzione del cotone. E’ evidente che le piante infestanti diventate resistenti agli erbicidi, che potremo definire superinfestanti, causano danni economici non solo agli agricoltori che hanno scelto di coltivare piante GM, ma a tutti gli agricoltori, perché rendono inefficaci gli erbicidi usati finora per distruggerle.

Il secondo dubbio riguarda lo sviluppo della resistenza alla tossina insetticida Bt da parte degli insetti nocivi. Questa tossina rappresenta il prodotto dell’attività di un gene di un batterio del suolo, Bacillus thuringensis (dalle cui iniziali deriva il nome Bt), un microrganismo bioinsetticida naturale attivo contro le larve di alcuni insetti nocivi. Il gene Bt è stato clonato e trasferito in alcune piante come mais e cotone, che sono diventate capaci di produrre la tossina insetticida: in questo modo quando le larve parassite provano a cibarsi delle piante Bt, muoiono. La tossina Bt è presente in tutti i tessuti della pianta GM – foglie, radici, fusto – e le grandi quantità che raggiungono il suolo (da 0,1 a 4,2 Kg per ettaro) esercitano una forte pressione selettiva sugli insetti nocivi, che si traduce nell’insorgenza di resistenza alla tossina stessa da parte degli individui capaci di tollerarla (resistenti), che diventano così gli unici capaci di sopravvivere e trasmettere questa loro proprietà alle generazioni successive. La strategia messa a punto e consigliata dalle compagnie produttrici di piante GM per ritardare nel tempo tale fenomeno è rappresentata dall’adozione di zone rifugio, coltivate con varietà di mais o cotone non Bt, che devono rappresentare almeno il 20% dell’area totale coltivata a piante Bt. Nonostante le raccomandazioni delle industrie sementiere biotecnologiche ad adottare le zone rifugio, la resistenza alle tossine si è sviluppata: la rivista Nature Biotechnology ha riportato che, se nel 2005 esisteva solo una specie di insetti resistenti alle tossine Bt, oggi ce ne sono ben cinque. Così le colture Bt finiscono per selezionare, invece di sterminare, insetti nocivi resistenti alle tossine Bt. Come nel caso dell’insorgenza di piante resistenti agli erbicidi, i danni economici ricadono anche sugli agricoltori che non coltivano piante GM o addirittura che praticano agricoltura biologica, dove il batterio Bacillus thuringensis viene usato, in modo contenuto e mirato, per proteggere le colture. Una delle cause della rapida diffusione della resistenza alla tossina Bt da parte degli insetti nocivi è probabilmente la difficoltà di adozione delle distanze di sicurezza e delle zone rifugio, che sarebbe estrema nel nostro paese, data la ridotta dimensione delle aziende agricole italiane. Nel caso in cui si dovesse ammettere la possibilità di coltivazione del mais Bt in Italia – perché di questo si tratta, essendo gli altri tre tipi di piante GM attualmente commercializzati, cotone, soia e colza, poco rappresentative della realtà agricola italiana – il problema non sarebbe solo quello di un’adeguata regolamentazione da parte delle regioni e dello stato, ma soprattutto quello del rispetto delle regole. Infine, è il caso di sottolineare che la tossina Bt è attiva contro alcuni tipi particolari di insetti, come la piralide, e non su tutti gli insetti nocivi, per cui gli insetticidi sono utilizzati comunque in presenza di un attacco di larve diverse da quelle bersaglio della tossina.

Una recente pubblicazione (Turrini, Sbrana, Giovannetti 2015. Belowground environmental effects of transgenic crops: a soil microbial perspective. Research in Microbiology, 166:121-131) ha fatto il punto sulle evidenze scientifiche riguardanti l’impatto delle piante GM sui microrganismi benefici del suolo, sottolineando che il grande numero di dati sperimentali disponibili conferma la validità di un approccio precauzionale, che tenga conto dei rischi associati non solo alle tecnologie utilizzate per ottenere le piante GM, ma anche alla natura dei transgeni inseriti nelle piante, ai loro effetti pleiotropici e al loro destino negli agroecosistemi. In realtà i benefici delle coltivazioni GM per gli agricoltori, le industrie agrochimiche, le compagnie agrobiotecnologiche e i consumatori dovrebbero essere confrontati con i costi per la società relativi ai loro effetti a lungo termine sulla salute e fertilità dei suoli e sulla sostenibilità degli agroecosistemi. E’ innegabile infatti che le colture GM finora sviluppate, del tutto simili alle varietà selezionate per l’agricoltura intensiva industriale degli ultimi 60 anni, richiedano alti inputs energetici in termini di fertilizzanti di sintesi e biocidi, e pongano gli stessi problemi relativi alla contaminazione delle acque e dei suoli, alla perdita di biodiversità e alla qualità del cibo.

Un ultimo aspetto che vorrei discutere riguarda il problema della fame nel mondo. E’ importante sottolineare che le attuali piante GM – mais, cotone, soia e colza – sono colture industriali e non sono state create per i popoli che soffrono la fame. Cotone e colza non sono piante alimentari (dal cotone si ricavano tessuti, dalla colza un olio industriale), mentre soia e mais sono utilizzate principalmente per produrre mangimi animali e quindi carne, latte e formaggi, che certamente non sono destinati ai mercati dei paesi poveri e affamati. Non escludo che nel futuro possano essere sviluppate piante transgeniche altamente produttive, resistenti alle più diverse malattie, a siccità, salinità e alte temperature, ma per adesso queste colture non esistono. E comunque, se fossero sviluppate, perché le popolazioni povere e affamate ne potessero trarre giovamento, i loro semi non dovrebbero essere sottoposti a brevetto, e ai costi aggiuntivi relativi, e non dovrebbero comportare l’uso massiccio di fertilizzanti chimici ed erbicidi, i cui costi sono proibitivi per l’agricoltura africana.

In basso è possibile scaricare l’articolo in PDF:

Impatto ambientale delle Coltivazioni transgeniche: i dati scientifici – Prof. Manuela Giovannetti

“Mediterraneo da Remare – No Triv” torna nelle Marche

18 settembre 2015 13:07

Arriva una nuova tappa di: “Mediterraneo da Remare –  No Triv”, la campagna in difesa del mare per dire no alle trivellazioni petrolifere. Giunta alla V edizione, l’iniziativa sbarcherà a Porto Potenza Picena, presso il Belvedere “Baden Powell” Lungomare Marinai d’Italia, lunedì 21 settembre alle ore 15:00, con l’adesione del Corpo Capitanerie di Porto – Guardia Costiera e il patrocinio del Comune di Potenza Picena.

A introdurre l’incontro: Francesco Acquaroli, Sindaco del Comune di Potenza Picena e Michele Grottoli, Comandante della Capitaneria di Porto di Civitanova Marche. Interverranno: Alfonso Pecoraro Scanio, Presidente della Fondazione UniVerde; Moreno Pieroni, Assessore al turismo e alla cultura della Regione Marche; Marcello Milani, Presidente del Consiglio Comunale di Ancona; Paolo Canducci, Assessore alle Politiche Ambientali del Comune di San Benedetto del Tronto; Ugo Pazzi, Presidente di Slow Food della Regione Marche e Gianluca Carrabs, Presidente onorario dei Verdi della Regione Marche.

Il primo appuntamento di questa edizione si è svolto a luglio a Napoli, il secondo a Cagliari durante l’evento: “Portiamo l’Expo 2015 Milano al mare, le risorse marine e un Pianeta da nutrire” e il terzo a Venezia durante la 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. La quarta tappa sarà lunedì nelle Marche dove è stata lanciata per la prima volta nel 2011 “Mediterraneo da remare”.

La regione Marche, inoltre, si è già dichiarata contraria alle trivellazioni petrolifere nel mare Adriatico. L’incontro sarà anche l’occasione per presentare la petizione: Referendum No Triv” lanciata da Alfonso Pecoraro Scanio su Change.org, che in pochi giorni ha già raggiunto 36.000 adesioni, a sostegno dell’appello del Coordinamento nazionale No TRIV per chiedere un referendum abrogativo che metta fine alle attività petrolifere nelle acque territoriali.

Al termine dei lavori si terrà una remata simbolica con canoisti e canottieri della Regione Marche.

Ingresso libero previa registrazione: info@fondazioneuniverde.it

In basso è possibile scaricare il programma in PDF:

Programma 21 Settembre Mediterraneo da remare

In basso è possibile scaricare il Comunicato Stampa in PDF:

CS Mediterraneo da remare No Triv Porto Potenza Picena

Bandi green di Settembre

14 settembre 2015 11:03

Italia-Nereto: Servizi di riciclo dei rifiuti

2015/ 177-321583

Bando di gara

Servizi

Direttiva 2004/18/CE

Amministrazione aggiudicatrice

Poliservice SpA
64015 Nereto
ITALIA

Oggetto dell’appalto

Procedura aperta, ex art. 55 e art. 70 commi 2 — 8 – 9 del D.Lgs. 163/06 per l’affidamento del servizio di conferimento presso impianti autorizzati per il recupero di rifiuti urbani non pericolosi per le attività di selezione, cernita, valorizzazione e pressatura dei rifiuti urbani provenienti da raccolta differenziata «porta a porta» classificati con i seguenti codici: carta cod. CER 200101, cartone cod. CER 150101, plastica cod. CER 150102 e imballaggi misti vetro-lattine cod. CER 150106, ingombranti cod. CER 200307, proveniente da raccolta differenziata e smaltimento dei sovvalli di lavorazione (frazioni estranee non recuperabili) a carico della ditta aggiudicataria, come dettagliatamente descritto nel capitolato di gara.

Quantitativo o entità totale

Valore stimato, IVA esclusa: 2 497 696 EUR
Durata dell’appalto o termine di esecuzione

Durata in mesi: 72 (dall’aggiudicazione dell’appalto)

Criteri di aggiudicazione

Offerta economicamente più vantaggiosa in base ai criteri indicati di seguito

1. Offerta economica. Ponderazione 35

2. Distanza raggio km impianto. Ponderazione 63

3. Possesso certificazioni di qualità UNI EN ISO 9001 e/o UNI EN ISO 14001. Ponderazione 1

4. Possesso certificazioni OHSAS 18001:2007. Ponderazione 1

Termine per il ricevimento delle offerte o delle domande di partecipazione

5.11.2015 – 12:00

Danimarca-Copenaghen: Servizi di monitoraggio o misurazione dell’inquinamento atmosferico

2015/321406

Bando di gara

Servizi

Direttiva 2004/18/CE

Amministrazione aggiudicatrice

Miljø- og Fødevarerministeriet
Strandgade 29
1401 København K
DANIMARCA

Oggetto dell’appalto

Servizi di monitoraggio o misurazione dell’inquinamento atmosferico.
Servizi di protezione dall’inquinamento atmosferico.
Servizi di supporto tecnico.

Termine per il ricevimento delle offerte o delle domande di partecipazione

27.10.2015 – 12:00

IV.3.6)Lingue utilizzabili per la presentazione delle offerte o delle domande di partecipazione

Polonia-Varsavia: Gestione della qualità dell’aria

2015/ 177-321530

Bando di gara

Servizi

Direttiva 2004/18/CE

Amministrazione aggiudicatrice

Główny Inspektorat Ochrony Środowiska
ul. Wawelska 52/54
00-922 Warszawa
POLONIA

Oggetto dell’appalto

Gestione della qualità dell’aria.

Termine per il ricevimento delle offerte o delle domande di partecipazione

19.10.2015 – 11:00

PER RICHIEDERE INFORMAZIONI USARE IL FORM IN BASSO:

Mediterraneo da remare terza tappa a Venezia

9 settembre 2015 10:33

La campagna “Mediterraneo da remare #notriv”, promossa dalla Fondazione UniVerde, dopo Napoli e Cagliari, farà tappa a Venezia, insieme a Canoa Republic e al campione mondiale Daniele Scarpa. Al termine della premiazione del “Green Drop Award” al Festival del cinema di Venezia, davanti l’Hotel Excelsior alle ore 12:00, ci sarà una pagaiata #notriv per bloccare l’escalation di autorizzazioni di trivellazioni petrolifere sia a mare che a terra. Alfonso Pecoraro Scanio, già ministro dell’Ambiente e Presidente della Fondazione UniVerde, consegnerà un attestato di sostegno alla campagna No Triv al Presidente di Green Gross Italia, Elio Pacilio. «Da alcuni anni – dichiara Alfonso Pecoraro Scanio – ho lanciato, insieme a Marevivo e ad altre associazioni la campagna: “Mediterraneo da Remare” e l’appello per la moratoria internazionale delle trivellazioni petrolifere, in tutto il Mediterraneo, sottoscritto anche da Jeremy Rifkin, Carlo Petrini e molti esperti di oceanografia ed ecologia, per almeno dieci anni in attesa che si faccia chiarezza, e ricerca, sui rischi che potrebbero avere per il turismo, la pesca, l’agricoltura e l’economia».

Sempre domani durante la conferenza stampa: “Un referendum in difesa dei mari italiani!”, organizzata dal Coordinamento Nazionale No Triv, la Fondazione UniVerde consegnerà le prime 30.000 firme raccolte dalla petizione: “Referendum #notriv” lanciata su Change.org da Alfonso Pecoraro Scanio. «La petizione – spiega Alfonso Pecoraro Scanio – riprende l’appello lanciato dal Coordinamento Nazionale No Triv e dall’Associazione A Sud che già nei mesi scorsi hanno inviato una richiesta ufficiale alle Regioni italiane per sottolineare come debba essere il popolo a esprimersi. L’Italia, grazie alla norma che scrissi nel 2007, è diventata il Paese che ha la più alta percentuale di energia elettrica prodotta dal sole. Siamo arrivati ad avere quasi un milione di impianti solari, in grandissima parte di ridotte dimensioni per una produzione diffusa di energia, realizzati dai cittadini o da piccole aziende. Compromettere il territorio per tentare di estrarre del petrolio scadente, presente nel nostro Paese in quantità minime che non riuscirebbero a coprire il fabbisogno energetico, per gli interessi di pochi grandi colossi dell’industria fossile è davvero una decisione costosa, pericolosa e inutile».

«Sebbene il decreto sviluppo – conclude Alfonso Pecoraro Scanio -, convertito con modificazioni dalla Legge 7 agosto 2012, n. 134, abbia favorito un moltiplicarsi di autorizzazioni per ricerca e sfruttamento di idrocarburi nei mari e nelle campagne del nostro Paese, gli italiani hanno mostrato una netta ostilità. Nell’ultimo rapporto “Gli italiani e le trivellazioni petrolifere”, realizzato da IPR-marketing, per conto della Fondazione UniVerde, l’82% della popolazione non condivide le nuove norme che facilitano le perforazioni in mare e nelle aree agricole».

In basso è possibile scaricare i comunicati stampa in PDF:

Comunicato stampa 09 settembre.pdf

Comunicato stampa 10 settembre.pdf

In basso è possibile scaricare la Rassegna Stampa:

RASSEGNA STAMPA 10 Settembre

RASSEGNA STAMPA 11 Settembre


PROBIOS SOSTIENE #PIZZAUNESCO

8 settembre 2015 16:44

Anche Probios, azienda leader in Italia nella distribuzione di prodotti biologici vegetariani, vegani e per intolleranze alimentari, annuncia il suo sostegno alla petizione mondiale #PizzaUNESCO.

Sabato 12 settembre alle ore 13.00 nel corso del SANA 2015, il principale Salone del Biologico e del Naturale in Italia, il gruppo toscano ospiterà presso il suo doppio stand (Pad. 31 – Stand B23/C26) un evento di sensibilizzazione al tema della salvaguardia dell’arte partenopea dei pizzaiuoli, con la partecipazione straordinaria di Alfonso Pecoraro Scanio. Al pubblico sarà offerta una degustazione di differenti tipi di pizza e un bicchiere di spumante per brindare all’importanza di proteggere il valore che la cucina italiana e, in questo caso particolare, quella napoletana hanno non solo per il nostro Paese, ma anche a livello internazionale.

Durante l’evento l’Amministratore Delegato e Presidente di Probios, Fernando Favilli, e Alfonso Pecoraro Scanio, Presidente della Fondazione UniVerde e già Ministro dell’Agricoltura e dell’Ambiente, interverranno per spiegare i motivi e gli obiettivi promossi da questa iniziativa, pensata per sostenere la candidatura dell’Arte dei Pizzaiuoli Napoletani all’iscrizione nella Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità.

«Iscrivere quest’Arte nella Lista Rappresentativa – spiega Alfonso Pecoraro Scanio – significa riconoscere il valore di una tradizione sostenibile, attenta alla naturalità, che parla di materie prime legate ad un vero amore e rispetto per la terra, di ingegnosità di uomini e donne che volevano trovare modi gustosi per nutrire le proprie famiglie e la propria comunità». Dal 26 marzo 2015 a oggi, infatti, oltre 400.000 cittadini, tra i quali personalità, realtà istituzionali, culturali e della società civile, hanno aderito, in Italia e nel mondo, alla petizione che promuove questa candidatura. La Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità UNESCO riunisce il patrimonio culturale immateriale considerato più rappresentativo di uno Stato e in tal senso “L’Arte tradizionale dei Pizzaiuoli Napoletani” costituisce un esempio tra i più evidenti di patrimonio culturale italiano. Quest’Arte, che nasce e si tramanda a Napoli da secoli, di generazione in generazione, consiste nel manipolare due sostanze basilari come l’acqua e la farina in modo tale da creare dei dischi di pasta, secondo una tecnica e delle regole ben precise e un linguaggio tutto napoletano. Tale procedimento ha svolto negli anni e svolge tuttora alcune importanti funzioni culturali e sociali, come il forte senso di identità dei cittadini napoletani in tale pratica, nella quale riconoscono i valori della convivialità e della prossimità tra i componenti della comunità partenopea.

«Un’iniziativa -  conclude Fernando Favilli – capace di trovare fin da subito il nostro appoggio, dandoci l’opportunità di sviluppare ulteriormente il nostro obiettivo di sensibilizzazione del pubblico nei confronti di importanti temi come quello del Made in Italy. Da sempre, infatti, la mission di Probios ha tra i suoi valori principali quello di riconoscere e  sottolineare l’importanza di una tradizione artigianale basata su quella diversità culturale che deve essere riscoperta lungo la strada necessaria per riconciliare gli esseri umani alla Terra».

In basso è possibile scaricare il Comunicato Stampa in PDF:

Probios CS PIZZA-UNESCO 2015 SANA