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Il clima minaccia l’Everest e l’Himalaya

11 dicembre 2011 19:32

La zona montagnosa in cui si trova l’Everest, e molte delle altre vette da record mondiale, è particolarmente sensibile alle variazioni climatiche. Il CNR, infatti, durante la conferenza per i cambiamenti climatici (Cop17), ha riscontrato un forte aumento di inquinamento nell’area.

Negli ultimi quattro anni, nella regione dell’Everest si è alzata notevolmente la quantità di black carbon. Le concentrazioni sono aumentate del 300% dal 2006 al 2010 e si è registrato un incremento dell’ozono troposferico del 30% nello stesso periodo. L’inquinamento atmosferico, inoltre, influisce notevolmente sullo stato delle montagne della catena himalayana, che racchiude immense riserve di acqua dolce.

Questa situazione preoccupante è emersa dai dati analizzati negli ultimi cinque anni dal comitato EvK2Cnr attraverso il progetto Share (Stations at High Altitude for Research on the Environment), presentati nell’ambito della Conferenza sui cambiamenti climatici tenutasi a Durban.

I dati rilevati attestano che tra marzo 2006 e dicembre 2010 nella regione dell’Everest si sono registrati oltre 164 giorni di inquinamento acuto, in particolare nel periodo primaverile che anticipa l’arrivo dei monsoni con il 56% dei giorni caratterizzati da picchi di inquinamento.

In questo periodo, le concentrazioni di ozono sono aumentate del 29%, quelle del particolato di carbonio del 352% . L’ozono troposferico è riconosciuto come il terzo più importante gas a effetto serra antropico, mentre le particelle di black carbon possono agire direttamente con la radiazione solare, alterare le proprietà micro-fisiche delle nubi e condizionare il rateo di scioglimento di nevi e ghiacciai nelle aree montane e polari.

Inoltre, l’aumento delle temperature ha effetti sulla neve, sul ghiaccio e sull’acqua, compromettendo la vita sia degli abitanti di questa zona, sia dei maggiori bacini fluviali delle valli circostanti. Il tasso di perdita di ghiacci è andato crescendo causando il ritiro dei ghiacciai sia nelle zone centrali dell’Himalaya, sia in quelle orientali. In particolare negli ultimi 30 anni, la perdita è stata del 22% nel Bhutan e del 21% in Nepal. Tale fenomeno impatta fortemente sull’ambiente, compromettendo la vita di diverse specie vegetali e animali.

I pascoli, che prima permettevano la vita di grandi mandrie di yak, diventano particolarmente più secchi. In alcune zone, le fonti di acqua per irrigare e dissetarsi si sono ridotte del 70-80%. Una situazione che ha spinto gli abitanti di alcuni villaggi a chiedere alle autorità locali e al governo di Kathmandu di essere considerati come “rifugiati ambientali”.

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