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Protocollo di Kyoto: cosa succederà al negoziato sul clima di Doha?

22 novembre 2012 21:39

22 novembre 2012

L’ultimo bollettino della World Meteorological Organization del 20 novembre scorso mostra che la concentrazione atmosferica di anidride carbonica, il principale gas ad effetto serra, nel 2011 ha raggiunto il valore record di 391 ppm (parti per milione), cioè il 40% in più rispetto all’epoca preindustriale (che comincia nel 1750) con un ritmo di crescita che è stato pari a 2 ppm per anno in questi ultimi dieci anni. Questo significa che è stato aggiunto all’effetto serra naturale un effetto serra non naturale, che solo tra il 1990 e il 2011 è aumentato del 30%. Principale causa sono state le emissioni globali in atmosfera provenienti dalle attività umane inquinanti, emissioni che ammontano al valore record di oltre 34 miliardi di tonnellate di anidride carbonica che si aggiungono agli oltre 1700 miliardi di tonnellate di anidride carbonica complessivamente scaricate in atmosfera dall’epoca pre-industriale.

Nel frattempo, l’Agenzia Europea per l’Ambiente il 21 novembre ha pubblicato il rapportoClimate change, impacts and vulnerability in Europe 2012” nel quale, tra l’altro, sono mostrate le conseguenze negative e i danni che i cambiamenti climatici stanno provocando in Europa e che ancor più colpiranno l’Europa nel prossimo futuro. Il rapporto conclude con il monito di procedere urgentemente a realizzare le idonee azioni di adattamento ai cambiamenti climatici per prevenire conseguenze irreversibili e danni irreparabili.

In questo quadro si apre il 26 novembre, sotto la presidenza di Mr. Abdullah bin Hamad Al-Attiyah, vice Primo Ministro del Qatar, la 18-esima sessione negoziale della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, nella quale sono all’ordine del giorno molti argomenti di importanza cruciale per raggiungere l’obiettivo di mantenere il surriscaldamento climatico entro i 2 °C rispetto all’epoca pre-industriale. Questo obiettivo comporta la stabilizzazione delle concentrazioni atmosferiche di gas serra al di sotto di 450 ppm e un’inversione dell’attuale andamento crescente delle emissioni globali per riportarle entro il 2050 e comunque prima del 2100, al di di sotto della soglia dei 24 miliardi di tonnellate di anidride carbonica per anno (equivalenti a circa 5 miliardi di tonnellate di carbonio).

In questo contesto, il tema più urgente sul breve periodo, ma anche il più scottante nell’agenda dei lavori, è il protocollo di Kyoto che scade il 31 dicembre 2012. Che cosa succederà dal 1 gennaio 2013? Disimpegno totale? Il 20 novembre scorso i quattro paesi emergenti Cina, India, Brasile e Sud Africa hanno confermato con unadichiarazione ministeriale congiunta che il protocollo di Kyoto deve proseguire dopo il 2012 con una seconda fase, nella quale siano contenuti impegni molto ambiziosi di riduzione delle emissioni da parte dei paesi industrializzati, accompagnati da impegni concreti di cooperazione internazionale per sostenere lo sviluppo sostenibile dei paesi più poveri.

Nell’ultima sessione di Durban l’Unione Europea aveva già manifestato la volontà di proseguire con il protocollo di Kyoto, benché, per dissidi interni, l’Unione Europea non intenda assumere impegni più ambiziosi, oltre a quelli già presi di riduzione delle emissioni del 20% entro il 2020 rispetto al 1990. Per l’attuazione dei suoi impegni ha già messo in atto un sistema di “carbon market“, noto come sistema ETS (commercio dei crediti di emissione) fin dal 2005 e intende portarlo avanti fino al 2020, anche se sono comparsi problemi di gestione e di controllo di questo mercato. L’Australia e la Nuova Zelanda hanno parimenti dichiarato di voler proseguire con il protocollo di Kyoto. Anche loro hanno, di recente, messo a punto un sistema di commercio dei permessi di emissione, non ancora operativo. Probabilmente anche la Svizzera intenderà proseguire il protocollo di Kyoto, avendo preparato un sistema simile di “carbon market” anche se con regole diverse. Ma questa trentina paesi sono una minoranza in termini di emissioni.

I maggiori emettitori mondiali come USA, Canada, Russia e Giappone, infatti, non intendono più aderire al protocollo di Kyoto, ma sono disponibili a prendere in considerazione un trattato internazionale di riduzione delle emissioni, solo dopo che Cina, insieme a India, Brasile e Sud Africa, si impegnino a ridurre le proprie emissioni. Con il suo ultimo rapporto China’s Policies and Actions for Addressing Climate Change, del 21 novembre, la Cina ha fatto sapere che ha già intrapreso in ambito nazionale azioni efficaci per uno sviluppo a bassa intensità di carbonio. Tra il 2006 e il 2010 la Cina ha ridotto le sue emissioni di 1,46 miliardi di tonnellate ed entro il 2017 ridurrà ulteriormente le sue emissioni del 17%, ma è disponibile a impegnarsi formalmente in un trattato internazionale con obblighi e scadenze, solo dopo che anche gli USA avranno fatto altrettanto.

Se sul protocollo di Kyoto le premesse del negoziato di Doha appaiono già abbastanza conflittuali, non  meno sembra essere la cosiddetta “piattaforma di Durban” nella quale è prevista, assieme al destino del protocollo di Kyoto, la definizione entro il 2015 del nuovo trattato globale legalmente vincolante che entrerà in vigore il 2020 e che riguarderà tutti i paesi UNFCCC (194 Paesi). Oltre alla piattaforma di Durban, si dovrà decidere su un altro argomento molto importante: come avviare operativamente il “Green Climate Fund“, per aiutare i paesi più poveri, sia a intraprendere la strada dello sviluppo pulito, sia a prevenire i possibili danni dei cambiamenti del clima (azioni di adattamento). Purtroppo questo fondo è una scatola vuota. Non è stato ancora finanziato nonostante le promesse. L’Unione Europea ha confermato, pur nella difficile situazione economica in cui si trova, il proprio contributo di 7,2 miliardi di euro per la fase iniziale (fast track) e ha ribadito l’importanza che l’UE, insieme agli altri Paesi industrializzati, continuino a fornire il sostegno economico oltre il 2012 per le politiche di mitigazione e adattamento dei Paesi in via di sviluppo.

Infine, ci sono altri problemi minori, ma non meno difficili, da discutere e decidere, come le regole e meccanismi per la lotta contro la deforestazione e il degrado del suolo, i meccanismi di trasferimento tecnologico e di “capacity building” e i meccanismi finanziari con le loro modalità di amministrazione e gestione.

Nella delegazione italiana a Doha sarà presente l’ENEA che parteciperà ai lavori scientifici paralleli. Il primo intervento è previsto per martedì 27 novembre con una proposta, che presenterà Sergio La Motta, esperto ENEA di valutazioni ambientali, su un nuovo meccanismo di riduzione delle emissioni basato sulla fiscalità ambientale, adatto a disincentivare i prodotti industriali e commerciali ottenuti con produzioni inquinanti e ad alte emissioni di anidride carbonica.

Questo è un meccanismo – ha spiegato Sergio La Motta – che stimola l’innovazione tecnologica e che, proprio perché orientato al prodotto, è più efficace per la riduzione delle emissioni di quello attualmente utilizzato nel Protocollo di Kyoto, basato su limiti alle emissioni e su un “mercato del carbonio” imperniato esclusivamente sul commercio dei crediti di emissione o dei permessi di emissione.
Vincenzo Ferrara
(Direttore responsabile ENEA – EAI)
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