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	<title>Fondazione Univerde &#187; Acqua</title>
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	<description>DIFFONDIAMO LA CULTURA ECOLOGISTA: LA CONOSCENZA È ALLA BASE DELLA LIBERTÀ</description>
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		<title>Barriere coralline in pericolo</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 13:05:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agnese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
L’acidificazione degli oceani sta compromettendo la formazione delle barriere coralline che sta già calando in tutto il mondo. Le barriere coralline rappresentano un mondo sommerso variopinto e altamente ricco in biodiversità. Le caratteristiche uniche dell&#8217;habitat che si crea a ridosso delle barriere sono dovute alla presenza dei coralli stessi che offrono riparo e protezione a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/04/BARRIERA-CORALLINA.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-4851" title="BARRIERA-CORALLINA" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/04/BARRIERA-CORALLINA.gif" alt="" width="430" height="361" /></a></p>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><strong>L’acidificazione degli oceani </strong>sta compromettendo la <strong>formazione delle barriere coralline che sta già calando in tutto il mondo.</strong> <strong>Le barriere coralline rappresentano un mondo sommerso variopinto e altamente ricco in biodiversità.</strong> Le caratteristiche uniche dell&#8217;habitat che si crea a ridosso delle barriere sono dovute alla presenza dei coralli stessi che offrono riparo e protezione a migliaia di specie di pesci, crostacei, molluschi ed echinodermi.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Numerosi organismi marini, tra cui i <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Anthozoa" target="_blank">coralli</a> polipi</strong>,  per costruire gli scheletri esterni e le conchiglie utilizzano  <strong>il carbonato di calcio</strong> in acqua di mare, un processo conosciuto come <strong>calcificazione.</strong></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Gli oceani hanno assorbito circa un terzo della <strong>C02</strong> che è stata rilasciata nell’atmosfera dall’inizio della rivoluzione industriale e ciò ha incrementato l’acidità dell’acqua, diminuendo in questo modo la concentrazione di carbonato.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><strong>Quando l’acqua di mare è più acida, il livello di calcificazione decresce poiché le strutture di carbonato di calcio cominciano a disgregarsi.</strong></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Una nuova ricerca ha utilizzato un modello<strong> state of the art</strong> al computer per simulare l’acidificazione della corrente oceanica e i tassi di calcificazione. <strong> I risultati appaiono drammatici per la vita delle barriere coralline.</strong></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Tali considerazioni sono state possibili utilizzando i dati storici sulle <strong>emissioni di CO2 dal 1750 al 2005 e prendendo in esame le concentrazioni di aerosol , i mutamenti dell’orbita terrestre, i cambiamenti di uso del suolo e l’attività vulcanica e solare.</strong></div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Il modello preannuncia una drastico calo della calcificazione delle aree coralline del mondo nel prossimo secolo.</div>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><strong>Le conclusioni della ricerca hanno sottolineato che nel Pacifico tropicale occidentale e negli oceani Caraibici i tassi di calcificazione sono circa del 15% inferiori a quelli rilevati nel periodo preindustriale. Se le emissioni antropiche di C02 continueranno ad aumentare rendendo in questo modo le acque sempre più acide, si assisterà a un calo della crescita delle barriere coralline  del 60% entro la fine del secolo.</strong></div>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>La popolazione mondiale aumenta e l`acqua scarseggia</title>
		<link>http://www.fondazioneuniverde.it/acqua/la-domanda-di-acqua-cresce-in-modo-significativo-rispetto-allaumento-di-popolazione/</link>
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		<pubDate>Sun, 25 Mar 2012 10:34:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agnese</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[Agenda 21]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura e allevamento del bestiame]]></category>
		<category><![CDATA[cambiamento climatico]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 22  marzo si è  celebrata la Giornata Mondiale dell’Acqua delle Nazioni Unite, istituita per la prima volta nel 1992, al fine di coinvolgere i governi e le popolazioni sull’importanza della corretta gestione delle risorse idriche.
Le Nazioni Unite per questa giornata, prevista all’interno delle direttive dell’Agenda 21, esortano le nazioni membro a dedicare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/03/Giornata-mondiale-dellAcqua.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-4787" title="Giornata-mondiale-dellAcqua" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/03/Giornata-mondiale-dellAcqua.gif" alt="" width="430" height="524" /></a>Il 22  marzo si è  celebrata la<strong> Giornata Mondiale dell’Acqua delle Nazioni Unite</strong>, istituita per la prima volta nel 1992, <strong>al fine di coinvolgere i governi e le popolazioni sull’importanza della corretta gestione delle risorse idriche.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le Nazioni Unite per questa giornata, prevista all’interno delle direttive dell’Agenda 21, esortano le nazioni membro a dedicare questo giorno per espletare gli obiettivi raggiunti all’interno dell’Assemblea Generale e la promozione di attività concrete all’interno dei loro paesi.</strong> Il tema della Giornata Mondiale quest’anno è stato <em><strong>Acqua per le città </strong></em>e ha esaminato quali sono<strong> gli effetti di una rapida crescita della popolazione urbana, dell’industrializzazione e del cambiamento climatico sulle risorse idriche.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Mentre la domanda di acqua sta crescendo in modo significativo rispetto all’aumento della popolazione, la sua disponibilità tende a diminuire soprattutto alle medie e basse latitudini, con ritmi sempre più rapidi, non solo per l’aumento della domanda ma anche a causa dei cambiamenti climatici.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Le risorse idriche saranno sottoposte a una pressione senza precedenti che interesserà in modo non omogeneo i paesi industrializzati e quelli in via di sviluppo, accentuando così  le differenze economiche tra paesi ricchi e paesi poveri. </strong>La principale fonte di domanda d’acqua proviene dalle comunità urbane che necessitano di <strong>acqua potabile e di acqua per i servizi igienico-sanitari e per le fognature.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La sede dell’evento è stata la sala verde della sede centrale della<strong> <a href="http://www.fao.org/" target="_blank">FA</a></strong><a href="http://www.fao.org/" target="_blank">O</a> a Roma, proprio perché si sono analizzati non solo<strong> gli sprechi idrici ma anche quelli alimentari che si riferiscono alla produzione di cibo</strong>. <strong>L’agricoltura e l’allevamento del bestiame consumano a livello mondiale il 70% dell’acqua prelevata.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">L’acqua è un bene indispensabile per l’esistenza e necessita per questo una gestione corretta, ciò rappresenta una delle sfide più importanti dello <strong>sviluppo sostenibile che meriterà l’attenzione nella Conferenza di Rio+20 il prossimo giugno.</strong></p>
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		<title>Il disastro economico del Golfo del Messico</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Feb 2012 13:09:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agnese</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[4.9 milioni di barili di petrolio]]></category>
		<category><![CDATA[7 miliardi di dollari]]></category>
		<category><![CDATA[anfibi e gli uccelli marini]]></category>
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L&#8217;incidente del Golfo del Messico provocherà, secondo le stime di alcuni ricercatori, un danno economico di 8,7 miliardi di dollari e una perdita di 22 mila posti di lavoro nel settore ittico entro il 2017, con un impatto sullo sviluppo locale.  L &#8216;esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, avvenuta nell’aprile 2010, determinò un  incendio ed innescò un&#8217;immensa fuoruscita [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/02/Disastro-del-Golfo-del-Messico1.gif"><img class="size-full wp-image-4543 aligncenter" title="Disastro-del-Golfo-del-Messico" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/02/Disastro-del-Golfo-del-Messico1.gif" alt="" width="430" height="258" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L&#8217;incidente del Golfo del Messico provocherà, secondo le stime di alcuni ricercatori, un <strong>danno economico di 8,7 miliardi di dollari</strong> e una<strong> perdita di 22 mila posti di lavoro nel settore ittico</strong> entro il 2017, con un impatto sullo sviluppo locale.  L &#8216;esplosione della <strong>piattaforma petrolifera <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Deepwater_Horizon" target="_blank">Deepwater Horizon</a></strong>, avvenuta nell’aprile 2010, determinò un  <strong>incendio ed innescò un&#8217;immensa fuoruscita di idrocarburi  nelle acque del golfo del Messico</strong>, al largo delle coste della Louisiana. Le conseguenze sono ancora oggetto di studio da parte dei  ricercatori ed economisti dell&#8217;Università canadese <a href="http://www.ubc.ca/" target="_blank">British Columbia </a>e dell&#8217;Università britannica della East Anglia. Le valutazioni e le previsioni future sono state pubblicate sul  <a href="http://www.nrcresearchpress.com/doi/abs/10.1139/f2011-171" target="_blank">Canadian Journal of Fisheries and Aquatic Sciences (CJFAS). </a></p>
<p style="text-align: justify;">Nello studio gli esperti hanno riscontrato <strong>in mare un volume di 4,9 milioni di barili di petrolio</strong>,  pari a <strong>780 milioni di litri</strong>, <strong>uno dei più gravi incidenti petroliferi verificatosi in acque americane.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I danni più importanti hanno interessato le<strong> attività dei pescatori</strong>, la <strong>maricoltura</strong> e le attività industriali  legate alla <strong>produzione ittica</strong>. Più difficile è  invece quantificare gli effetti negativi non direttamente congiunti al settore ittico, come i probabili pericoli per la salute umana e quelli sociali. Inoltre,  le ripercussioni di breve e lungo periodo  sull’ambiente sono ancora più ardue da stimare.<strong> L’incidente ha avuto un forte impatto sugli ecosistemi marino-pelagici, compresi quelli bentonici, sugli ecosistemi marino-costieri e sulla biodiversità. Anche gli anfibi e gli uccelli marini hanno risentito di tale disastro, la cui vita dipende  direttamente o indirettamente  dalla stabilità del sistema ambientale del Golfo del Messico</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Considerando l&#8217;ampiezza complessiva dei danni causati da questo episodio, potrà essere possibile constatare<strong> l&#8217;entità  delle conseguenze effettive</strong> solo fra molti anni.</p>
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		<title>L&#8217;Italia perde il 66% delle zone umide</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 11:29:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>assunta</dc:creator>
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Domani è la Giornata mondiale delle zone umide, gli ecosistemi più a rischio del Pianeta e al contempo eccezionali ambienti ricchi di biodiversità.
Le zone umide sono bacini naturali e artificiali permanenti o temporanei, con acqua stagnante o corrente, dolce, salmastra o salata, incluse le aree marine la cui profondità non supera i sei metri durante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/02/wetlands.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4321" title="wetlands" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/02/wetlands.jpg" alt="" width="430" height="287" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Domani è la <strong>Giornata mondiale delle zone umide</strong>, gli <strong>ecosistemi più a rischio del Pianeta</strong> e al contempo eccezionali ambienti <strong>ricchi di biodiversità</strong>.<br />
Le<strong> zone umide </strong>sono <strong>bacini naturali e artificiali</strong> permanenti o temporanei, con<strong> acqua stagnante o corrente</strong>, dolce, salmastra o salata, incluse le aree marine la cui profondità non supera i sei metri durante la bassa marea.</p>
<p style="text-align: justify;">La giornata dedicata alle zone umide è un&#8217; importante occasione finalizzata alla conoscenza, alla valorizzazione e in particolar modo alla <strong>tutela di questi straordinari ecosistemi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il primo trattato internazionale che garantì la conservazione delle risorse naturali fu la <strong>Convenzione Ramsar</strong>, stipulata nel <strong>1971</strong> nella cittadina iraniana di Ramsar. La convenzione ha un’importanza internazionale soprattutto per gli<strong> habitat degli uccelli acquatici come il fenicottero</strong> (<em>Phoenicopterus</em>), il <strong>cormorano </strong>(<em>Phalacrocorax carbo</em>) le anatre e di diversi uccelli <strong>trampolieri</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il 90% delle aree umide sono sparite nell&#8217;ultimo secol</strong>o. Secondo la Commissione europea, fra il 1950 e il 1985, le perdite maggiori si sono verificate in <strong>Francia (67%)</strong>, in <strong>Italia (66%)</strong>, in <strong>Grecia (63%),</strong> in <strong>Germania (57%)</strong> e <strong>Olanda (55%).</strong><br />
<strong>In Italia ci sono 52 siti Ramsa</strong>r. Dei circa 3 milioni di ettari originari, all’inizio del ventesimo secolo ne rimanevano 1.300.000 ettari, fino a precipitare ai <strong>300mila ettari nel 1991</strong>. Oggi ne restano lo 0,2%, tra aree interne e marittime.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esigenza della tutela di queste zone umide è importante soprattutto perché sono una<strong> preziosa riserva idrica</strong>, producono il 24% del <strong>cibo del Pianeta</strong> e permettono la vita di molte <strong>specie animali e vegetali</strong>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Quali rischi ambientali avrà la Concordia?</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 12:11:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>assunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[2.300 tonnellate di carburante]]></category>
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		<category><![CDATA[traffico marittimo]]></category>
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Il naufragio della Costa Concordia, avvenuto nell’Isola del Giglio (Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano), un’area naturale di notevole importanza ecologica, rischia di provocare un grave disastro ambientale.
I fondali della zona presentano un’enorme varietà di specie come i coralli, le gorgonie, i molluschi e le praterie sottomarine messe a rischio dagli scarichi e dai residui prodotti dal [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/01/fondali.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4249" title="fondali" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/01/fondali.jpg" alt="" width="430" height="287" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Il naufragio della <strong>Costa Concordia</strong>, avvenuto nell’<strong>Isola del Giglio</strong> (Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano), un’area naturale di notevole importanza ecologica, rischia di provocare un <strong>grave disastro ambientale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">I<strong> fondali </strong>della zona presentano un’enorme varietà di specie come <strong>i coralli, le gorgonie, i molluschi e le praterie sottomarine </strong>messe a rischio dagli <strong>scarichi e dai residui </strong>prodotti dal relitto.</p>
<p style="text-align: justify;">La nave, date le sue enormi dimensioni, sta <strong>privando il fondale della luce necessaria a tutte le piante,</strong> un fondale prezioso considerando la presenza della <strong>prateria di Posidonia</strong>, una delle più importanti nell’Arcipelago Toscano.</p>
<p style="text-align: justify;">A contaminare le acque, e a minacciare la ricchezza della <strong>biodiversità</strong>, non sarebbe solo la possibile fuoriuscita di <strong>2.300 tonnellate di carburante</strong>, ma tutti i rifiuti emessi dalla Concordia: <strong>detersivi; metalli; liquidi oleosi e sostanze tossiche</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Il rischio è che la nave emetta scarichi che contaminino anche il <a href="http://www.islepark.it/" target="_blank"><strong>Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano</strong></a>, considerato una delle aree marine più importanti d’Italia che ospita una popolazione stabile di <strong>delfini tursiopi</strong> (<em>Tursiops truncatus</em>) e costituisce una zona di passaggio per le balene che vivono nel <a href="http://www.sanctuaire-pelagos.org/accueil/" target="_blank"><strong>Santuario dei Cetacei</strong></a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Per limitare i danni all’<strong>ecosistema marino</strong>, causato dalla dispersione di <strong>residui nocivi,</strong> sarebbe auspicabile che il relitto venisse trasportato tempestivamente fuori dalle acque e che il <strong>traffico marittimo fosse limitato</strong> per proteggere le nostre acque.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;inquinamento influisce sulle alluvioni e sulla siccità</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 16:55:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>assunta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Acqua]]></category>
		<category><![CDATA[aereosol]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
		<category><![CDATA[nuvole]]></category>
		<category><![CDATA[precipitazioni]]></category>
		<category><![CDATA[siccità alluvioni]]></category>
		<category><![CDATA[University of Maryland]]></category>
		<category><![CDATA[Zhanqing Li]]></category>

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		<description><![CDATA[L’inquinamento e le polveri in atmosfera hanno delle conseguenze sulla formazione delle nuvole come dimostra una ricerca realizzata da da un gruppo di ricercatori americani dell’University of Maryland.
Zhanqing Li, professore di scienze atmosferiche e oceaniche e responsabile della ricerca, ha confermato l’esistenza di una relazione certa  tra gli aereosol nell’altezza con la struttura delle nuvole [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/11/clima.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4042" title="clima" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/11/clima.jpg" alt="" width="430" height="464" /></a>L’inquinamento e le polveri in atmosfera hanno delle conseguenze sulla formazione delle nuvole </strong>come dimostra una ricerca realizzata da<strong> </strong>da un gruppo di ricercatori americani dell’<strong>University of Maryland.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Zhanqing L</strong><strong>i</strong>, professore di scienze atmosferiche e oceaniche e responsabile della ricerca, ha confermato l’esistenza di una <strong>relazione certa  tra gli aereosol nell’altezza con la struttura delle nuvole e con le variazioni di intensità e frequenza delle precipitazioni</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inquinamento però avrebbe effetti diversi a seconda delle regioni umide o secche. <strong>In quelle umide le polveri in atmosfera causano l’aumento di alluvioni e tempeste, nelle regioni secche invece portano a una diminuzione delle precipitazioni.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La ricerca inoltre ha considerato e valutato gli effetti diretti della <strong>diffusione delle sostanze inquinanti da parte del settore indutriale sull’atmosfera</strong> e, tali risultati, come dichiarano gli studiosi, hanno profonde <strong>implicazioni politiche per quanto riguarda l’organizzazione delle risorse</strong>, soprattutto nelle regioni dove la presenza di siccità e alluvioni è estremamente frequente.</p>
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		<title>I tessuti acrilici e in poliestere inquinano gli oceani</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Oct 2011 19:19:03 +0000</pubDate>
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Secondo i risultati di uno studio realizzato da un gruppo di scienziati irlandesi, britannici e australiani, pubblicato sul Journal of Enviromental  Science &#38; Technology, fare la lavatrice, un gesto di ordinaria vita domestica, causa l’inquinamento degli oceani e compromette la nostra salute.
I ricercatori, esaminando le spiagge di diverse aree costiere a livello internazionale, hanno rilevato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/10/filtro-lavatrice-da-pulire1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3807" title="filtro-lavatrice-da-pulire" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/10/filtro-lavatrice-da-pulire1.jpg" alt="" width="430" height="249" /></a></p>
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<p style="text-align: justify;">Secondo i risultati di uno studio realizzato da un gruppo di scienziati irlandesi, britannici e australiani, pubblicato sul <strong><a href="http://pubs.acs.org/doi/abs/10.1021/es201811s?prevSearch=washing%2Bmachine&amp;searchHistoryKey=" target="_blank">Journal of Enviromental  Science &amp; Technology</a>,</strong> fare <strong>la lavatrice</strong>, un gesto di ordinaria vita domestica, <strong>causa l’inquinamento degli oceani e compromette la nostra salute</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">I ricercatori, esaminando le spiagge di diverse aree costiere a livello internazionale, hanno rilevato un <strong>accumulo di microscopiche molecole di plastica inferiori al millimetro, concentrate in maggior parte nelle zone più densamente popolate</strong>.<br />
Analizzando la composizione chimica di queste microparticelle si è scoperto che la causa di questo tipo di inquinamento è il <strong>lavaggio in lavatrice di capi d’abbigliamento usati abitualmente dalla popolazione</strong>.<br />
Le nostre acque vengono, dunque, inquinate da <strong>fibre di tessuti acrilici e in poliestere provenienti dal lavaggio degli indumenti sintetici che, essendo microscopici, riescono ad attraversare i filtri degli impianti di depurazione giungendo direttamente nei nostri mari e negli oceani</strong>.<br />
La ricerca dimostra che un singolo indumento lavato in lavatrice può generare e liberare circa <strong>1900 microfibre, composte da poliesteri e materiale acrilico che si dividono in altre microparticell</strong>e.</p>
<p style="text-align: justify;">L’inquinamento, però, non riguarda esclusivamente i mari e gli oceani, ma interessa anche gli abitanti di queste zone che, con molta probabilità, integreranno le <strong>particelle di plastica nella loro alimentazione</strong>. Tale processo si ripercuoterà sull’intera catena alimentare, minacciando in questo modo la salute della popolazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Come si potrebbe contrastare tale fenomeno?</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Gli scienziati sostengono che si potrebbe limitare questo inquinamento provvedendo all’inserimento di <strong>sistemi di filtraggio</strong>, in grado di impedire il passaggio di queste particelle nelle acque di scarico, e <strong>adattando i filtri dell’impianto di depurazione delle acque reflue</strong> <strong>con impianti adeguati allo smaltimento delle particelle in sospensione</strong>.</p>
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		<title>La prima mappa sulle tartarughe marine più minacciate</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Oct 2011 11:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>assunta</dc:creator>
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É stato realizzato il primo studio che indica le zone dove le popolazioni di tartarughe marine sono più vulnerabili a livello internazionale. La ricerca ha valutato lo stato di questa famiglia individuando undici popolazioni a rischio e dodici non in pericolo di estinzione.
Tra le più minacciate ci sono: la tartaruga embricata (Eretmochelys imbricata), una specie [...]]]></description>
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<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/10/CI_SeaTurtleSept_Threatened_Turtle_Map.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3719" title="CI_SeaTurtleSept_Threatened_Turtle_Map" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/10/CI_SeaTurtleSept_Threatened_Turtle_Map.jpg" alt="" width="410" height="530" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">É stato realizzato il primo studio che indica le zone <a href="http://www.conservation.org/newsroom/pressreleases/Pages/Most-Threatened-Sea-Turtle-Populations.aspx" target="_blank"><strong>dove le popolazioni di tartarughe marine sono più vulnerabili a livello internazionale</strong></a>. La ricerca ha valutato lo stato di questa famiglia individuando undici popolazioni a rischio e dodici non in pericolo di estinzione.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le più minacciate ci sono: <strong>la tartaruga embricata (<em>Eretmochelys imbricat</em>a)</strong>, una specie marina della famiglia delle Cheloniidae che si trova nell&#8217;oceano Pacifico Orientale, i cui principali siti di nidificazione sono localizzati a El Salvador, Nicaragua e Ecuador, e <strong>la Tartaruga liuto (<em>Dermochelys coriacea</em>)</strong> una tra le più grandi di questa famiglia che nidifica in Messico, Nicaragua e Costa Rica. A mettere a repentaglio la loro sopravvivenza il furto di uova, la perdita di habitat e le catture accidentali. Nelle undici popolazioni rientrano anche due specie che vivono nell&#8217;oceano Indiano settentrionale: l<strong>a tartaruga bastarda olivacea (<em>Lepidochelys olivacea</em>)</strong> e la<strong> tartaruga comune (<em>Caretta caretta</em>)</strong>. In queste zone, sebbene siano presenti diversi esemplari, la caccia ne uccide migliaia ogni anno.</p>
<p style="text-align: justify;">Tra le dodici popolazioni non a rischio di estinzione ci sono la <strong>tartaruga verde (<em>Chelonia mydas</em>) </strong>che vive nel sud-est dell&#8217;oceano Atlantico, in Brasile, Europa, nel Pacifico orientale, nelle isole Galapagos, in Ecuador e Messico.</p>
<p style="text-align: justify;">La mappa è stata realizzata da trenta ricercatori provenienti da sei diversi continenti del <a href="http://www.iucn.org/fr/?8331/1/Experts-Identify-Worlds-Most-Threatened-Sea-Turtle-Populations" target="_blank"><strong>Marine turtle specialist group dell&#8217;Iucn</strong></a> (L&#8217;unione internazionale per la conservazione della natura) con il sostegno del <strong>Conservation International (CI) and the National Fish and Wildlife Foundation </strong>(NFWF) degli Usa.</p>
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		<title>I coralli di Haiti stanno morendo</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Sep 2011 08:30:29 +0000</pubDate>
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L&#8217;85 per cento della barriera corallina di Haiti, meta negli anni &#8216;70 e &#8216;80 dei sub per la sua straordinaria bellezza, è stata distrutta dall&#8217;uomo. Tra le cause, si legge sul New York Times, la pesca eccessiva, lo sfruttamento e il cambiamento climatico. A lanciare l&#8217;allarme un gruppo di eco-sub responsabili che si sono immersi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p { margin-bottom: 0.21cm; } --></p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/09/coral-reef1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3621" title="coral-reef" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/09/coral-reef1.jpg" alt="" width="430" height="323" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;85 per cento della barriera corallina di Hait</strong>i, meta negli anni &#8216;70 e &#8216;80 dei sub per la sua straordinaria bellezza, <strong>è stata distrutta dall&#8217;uomo</strong>. Tra le cause, si legge sul <a href="http://www.nytimes.com/2011/09/02/world/americas/02reef.html?_r=1&amp;ref=earth" target="_blank"><strong>New York Times</strong></a>, la <strong>pesca eccessiva, lo sfruttamento e il cambiamento climatico</strong>. A lanciare l&#8217;allarme un gruppo di <strong>eco-sub responsabili</strong> che si sono immersi per controllare lo stato della barriera.</p>
<p style="text-align: justify;">Il <strong>degrado ambientale, la deforestazione, l&#8217;erosione e l&#8217;inquinamento</strong> sono molto diffuse ad Haiti, e in molti casi è difficile rimediare. Per decenni <strong>l&#8217;ambiente marino ha sofferto in silenzio</strong>. La splendida barriera corallina è stata da sempre un&#8217;attrazione per i subacquei di tutto il mondo che ora non potranno più vederla a causa dello scempio dell&#8217;uomo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span><strong>É la peggior pesca eccessiva che abbia visto in qualsiasi parte del mondo<span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span> denuncia Gregor Hodgson</strong>, direttore di <strong><a href="http://www.reefcheck.org/" target="_blank">Reef Check</a>,</strong> ONG della California che <strong>monitora la salute della barriera corallina a livello internazionale</strong>. Dopo il terremoto, Hodgson è volato ad Haiti per ispezionare lo stato delle profondità marine e verificare i danni subiti, ma ha scoperto che <strong>i fondali erano privi di pesci e di coralli</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Una perdita per la popolazione locale che vive di pesca, circa <strong>54.000 pescatori hanno diminuito le loro catture</strong>, per il turismo e per l&#8217;ecosistema marino. Haiti, però, è l&#8217;unico litorale dei Caraibi che non ha ancora istituito <strong>aree marine protette in cui la pesca è limitata e off-limits</strong>. Reef Check ha chiesto al governo di creare <strong>parchi marini per la crescita e la riproduzione delle specie</strong> e sta coinvolgendo nuovi volontari per avviare programmi di protezione.</p>
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		<title>Sì alle rinnovabili e all’acqua pubblica</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2011 20:13:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>assunta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I servizi idrici restano pubblici e il nucleare non ci sarà. Questa la scelta del 57 per cento degli elettori italiani che hanno deciso di esprimere il loro voto su questioni così importanti per il loro futuro. Il raggiungimento del quorum è stata una grande vittoria, non solo perché ha permesso di difendere un bene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/06/referendum-2011-quorum-affluenza-risultati-definitivi-italia-sardegna.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3079" title="referendum-2011-quorum-affluenza-risultati-definitivi-italia-sardegna" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/06/referendum-2011-quorum-affluenza-risultati-definitivi-italia-sardegna.jpg" alt="" width="428" height="301" /></a>I servizi idrici restano pubblici e il nucleare non ci sarà</strong>. Questa la scelta del <strong>57 per cento degli elettori italiani</strong> che hanno deciso di esprimere il loro voto su questioni così importanti per il loro futuro. <strong>Il raggiungimento del quorum è stata una grande vittoria,</strong> non solo perché ha permesso di <strong>difendere un bene comune e una risorsa fondamentale come l’acqua, e di cancellare la possibilità di costruire centrali nucleari, ma anche perché ha dimostrato che i cittadini hanno voglia di partecipare alle scelte politiche del Paese</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Come <strong>Fondazione UniVerde</strong> abbiamo sostenuto il lavoro dei comitati, delle organizzazioni e delle associaizoni che nel corso degli ultimi mesi si sono impegnati per il raggiungimento di questo risultato. <strong>Nonostante la disinformazione e la mancanza di spazi televisivi per la diffusione di una campagna così importante, il 95 per cento dei votanti si è espresso contro l’atomo</strong>, messo già al bando dalla Svizzera e dalla Germania, dimostrando che l<strong>a sicurezza e la salute sono importanti e che è necessario investire nelle energie pulite e nell’efficienza energetica.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">La forte affluenza alle urne ha permesso anche di stabilire che <strong>l’acqua è un bene comune, una risorsa fondamentale per la nostra vita che non può essere gestita dai privati ma attraverso una gestione pubblica efficiente e partecipata, del tutto possibile ed equa</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Quello di oggi è un risultato storico per la nostra vita, la nostra salute e soprattutto per l’ambiente e le fonti energetiche pulite.</strong></p>
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