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	<title>Fondazione Univerde &#187; Aria</title>
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	<description>DIFFONDIAMO LA CULTURA ECOLOGISTA: LA CONOSCENZA È ALLA BASE DELLA LIBERTÀ</description>
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		<title>Le piogge condizionano i venti</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Feb 2012 22:18:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agnese</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le piogge diminuiscono la velocità del vento perchè spazzano via dall’atmosfera una quantità importante di energia cinetica contenuta nelle correnti aeree. A causa del riscaldamento climatico del nostro Pianeta le precipitazioni tenderanno ad aumentare e, di conseguenza,  la velocità media del vento subirà un calo.
Lo studio è stato condotto da un ricercatore dell’Università di New [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/02/ENERGIA-EOLICA.gif"><img class="alignleft size-full wp-image-4618" title="ENERGIA-EOLICA" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/02/ENERGIA-EOLICA.gif" alt="" width="430" height="286" /></a><strong>Le</strong><strong> piogge diminuiscono la velocità del </strong><strong>vento</strong> perchè spazzano via dall’atmosfera una quantità importante di<strong> energia cinetica</strong> contenuta nelle correnti aeree. A causa del <strong>riscaldamento climatico </strong>del nostro Pianeta le precipitazioni tenderanno ad aumentare e, di conseguenza,  la velocità media del vento subirà un calo.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio è stato condotto da un ricercatore dell<strong>’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Universit%C3%A0_di_New_York" target="_blank">Università di New York</a></strong> e da una ricercatrice della <a href="http://www.noaa.gov/" target="_blank"><strong>NOAA</strong></a> (<strong>National Oceanic and Atmospheric Administration</strong>) ed è stato pubblicato sulla rivista<a href="http://www.sciencemag.org/content/335/6071/953" target="_blank"> <strong>Science</strong></a>.Gli studiosi si sono serviti dei dati delle precipitazioni ottenuti dalle misure radar realizzate dal <strong>satellite meteorologico</strong> della<a><strong> </strong></a><strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/NASA" target="_blank">NASA</a></strong> adibito al <strong>programma di osservazioni <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Tropical_Rainfall_Measuring_Mission" target="_blank">TRMM</a></strong> (<strong>Tropical Rainfall Measurement Mission</strong>).</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">I dati raccolti sono stati successivamente analizzati per calcolare la <strong>dissipazione di energia cinetica</strong> provocata dalla pioggia nell’<strong>area intertropicale </strong>e in quelle <strong>subtropicali dell’emisfero Nord e dell’emisfero Sud</strong>. Per valutare la dissipazione di energia cinetica si è fatto riferimento all<strong>’attrito e alla micro-turbolenza atmosferica generata dalle gocce di pioggia </strong>quando passano attraverso l’atmosfera fino a posarsi sul suolo. <strong> I valori finali rilevati sono  di piccola entità rispetto ai flussi energetici complessivi esistenti in atmosfera, ma piuttosto significativi se si considerano solo i flussi di energia cinetica.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L’energia cinetica si origina da squilibri di pressione generati a loro volta da differenza di temperature tra le zone più calde equatoriali e quelle più fredde polari. <strong>A causa del riscaldamento climatico la temperatura aumenterà di più ai poli che all’equatore diminuendo così lo squilibrio barico che è la causa della forza del vento. </strong><br />
A tali risultati sono pervenuti  gli studiosi dell’ <strong>ENEA </strong>in Italia.<br />
<strong>La riduzione della ventosità è  dovuta quindi sia a una minore produzione di energia cinetica globale, sia alla maggior frequenza  delle precipitazioni. Ciò potrebbe avere effetti negativi per l’utilizzo degli impianti eolici. </strong></p>
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		<title>Il gelo non ferma il global warming</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 14:17:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agnese</dc:creator>
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L’abbassamento delle temperature, che sta colpendo l’Italia in questi giorni, non arresta il fenomeno del global warming, da non confondere con il riscaldamento globale, nonostante siano ormai diventati sinonimi. Il global warming o surriscaldamento climatico è generato da cause antropiche, mentre il riscaldamento globale è determinato da cause naturali come la variazione dei moti della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/02/globalwarming.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4336" title="globalwarming" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/02/globalwarming.jpg" alt="" width="430" height="287" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">L’abbassamento delle temperature, che sta colpendo l’Italia in questi giorni, non arresta il fenomeno del <strong>global warming</strong>, da non confondere con il riscaldamento globale, nonostante siano ormai diventati sinonimi. <strong>Il global warming o surriscaldamento climatico è generato da cause antropiche</strong>, mentre il riscaldamento globale è determinato da <strong>cause naturali </strong>come la variazione dei moti della terra o i  cicli solari.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio <strong>dell’Iia (Istituto sull’inquinamento atmosferico)</strong> del <strong>Cnr</strong> di Roma, riguardante i motivi <strong>dell’aumento della temperatura del Pianeta</strong>, dimostra che le cause di  tale incremento negli ultimi 60 anni sono imputabili a una maggiore concentrazione di gas serra emessi dalle attività umane.<br />
Per effettuare lo studio, gli scienziati hanno utilizzato una tecnica sviluppata da<strong> Clive Granger</strong>, economista e statistico britannico, premio Nobel per l’economia nel 2003.</p>
<p style="text-align: justify;">Tale ricerca, pubblicata su<a href="http://onlinelibrary.wiley.com/journal/10.1002/%28ISSN%291530-261X" target="_blank"> <strong><em>Atmospheric Science Letters</em></strong></a>, evidenzia che eliminando i <strong>fattori antropici</strong> dal modello previsionale costruito per l’analisi, non è possibile spiegare i motivi del <strong>surriscaldamento degli ultimi decenni </strong>e<strong> </strong>che<strong> i gas serra di origine antropica sono responsabili dei mutamenti climatici avvenuti negli ultimi anni.</strong> Escludendo le cause di origine antropica non si può ricostruire la curva in ascesa delle ultime temperature. Le attività umane quindi, rispetto agli influssi naturali, sono state determinanti per questo fenomeno.</p>
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		<title>Il clima minaccia l&#8217;Everest e l&#8217;Himalaya</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 19:32:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>assunta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
La zona montagnosa in cui si trova l&#8217;Everest, e molte delle altre vette da record mondiale, è particolarmente sensibile alle variazioni climatiche. Il CNR, infatti, durante la conferenza per i cambiamenti climatici (Cop17), ha riscontrato un forte aumento di inquinamento nell&#8217;area.
Negli ultimi quattro anni, nella regione dell’Everest si è alzata notevolmente la quantità di black [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/01/Himalaya.jpg"><img class="size-full wp-image-4210 aligncenter" title="Himalaya" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2012/01/Himalaya.jpg" alt="" width="430" height="323" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">La zona montagnosa in cui si trova l&#8217;<strong>Everest, </strong>e molte delle altre vette da record mondiale, è particolarmente sensibile alle variazioni climatiche. Il<strong> CNR, </strong>infatti, durante la conferenza per i <strong>cambiamenti climatici</strong> (Cop17), ha riscontrato un forte aumento di <strong>inquinamento</strong> nell&#8217;area.</p>
<p style="text-align: justify;">Negli ultimi quattro anni, nella regione dell’Everest si è alzata notevolmente la quantità di <strong><em>black carbon</em>. Le concentrazioni sono aumentate del 300% dal 2006 al 2010 e si è registrato un incremento dell’ozono troposferico del 30% nello stesso periodo</strong>. L’inquinamento atmosferico, inoltre, influisce notevolmente sullo stato delle montagne della<strong> catena himalayana</strong>, che racchiude immense riserve di acqua dolce.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa situazione preoccupante è emersa dai dati analizzati negli ultimi cinque anni dal comitato <a href="http://www.evk2cnr.org/cms/it/node/1273" target="_blank">EvK2Cnr </a>attraverso il progetto <strong>Share</strong> (Stations at High Altitude for Research on the Environment), presentati nell’ambito della <strong>Conferenza sui cambiamenti climatici tenutasi a Durban</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">I dati rilevati attestano che tra marzo 2006 e dicembre 2010 nella regione dell’Everest si sono registrati oltre <strong>164 giorni di inquinamento acuto</strong>, in particolare nel periodo primaverile che anticipa l’arrivo dei monsoni con il <strong>56% dei giorni caratterizzati da picchi di inquinamento</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo periodo, <strong>le concentrazioni di ozono sono aumentate del 29%, quelle del particolato di carbonio del 352%</strong> . L’ozono troposferico è riconosciuto come il terzo più importante gas a effetto serra antropico, mentre le particelle di <em><strong>black carbon</strong></em> possono agire direttamente con la radiazione solare, alterare le proprietà micro-fisiche delle nubi e condizionare il rateo di <strong>scioglimento di nevi e ghiacciai nelle aree montane e polari.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Inoltre, l&#8217;aumento delle temperature ha effetti sulla neve, sul ghiaccio e sull’acqua, compromettendo la vita sia degli abitanti di questa zona, sia dei maggiori bacini fluviali delle valli circostanti. Il tasso di<strong> perdita di ghiacci</strong> è andato crescendo causando il ritiro dei ghiacciai sia nelle zone centrali dell&#8217;<strong>Himalaya</strong>, sia in quelle orientali. In particolare negli ultimi 30 anni, la perdita è stata del 22% nel<strong> Bhutan</strong> e del 21% in <strong>Nepal</strong>. Tale fenomeno impatta fortemente sull&#8217;ambiente, <strong>compromettendo la vita di diverse specie vegetali e animali</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">I pascoli, che prima permettevano la vita di grandi mandrie di yak, diventano particolarmente più secchi. In alcune zone, le fonti di acqua per irrigare e dissetarsi si sono ridotte del 70-80%. Una situazione che ha spinto gli abitanti di alcuni villaggi a chiedere alle autorità locali e al governo di <strong>Kathmandu</strong> di essere considerati come “<strong>rifugiati ambientali</strong>”.</p>
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		<title>Pianeta più caldo del 29 per cento</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2011 21:22:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>assunta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’Organizzazione metereologica mondiale (Omm) ha dichiarato, dopo l’analisi degli ultimi dati disponibili, che tra il 1990 e il 2010 il riscaldamento climatico provocato dai gas serra è aumentato del 29%.
I dati hanno superato le previsioni più negative raggiungendo livelli record e, come afferma l&#8217;Organizzazione mondiale per la meteorologia, la quantità di anidride carbonica, metano e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/11/global-warming.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4086" title="global-warming" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/11/global-warming.jpg" alt="" width="430" height="417" /></a>L’Organizzazione metereologica mondiale (Omm) ha dichiarato, dopo l’analisi degli ultimi dati disponibili, <strong>che tra il 1990 e il 2010 il riscaldamento climatico provocato dai gas serra è aumentato del 29%.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">I dati hanno superato le previsioni più negative raggiungendo livelli record e, come afferma l&#8217;Organizzazione mondiale per la meteorologia, <strong>la quantità di anidride carbonica, metano e protossido di azoto nell&#8217;atmosfera oggi è la maggiore mai registrata dai tempi della terza rivoluzione industriale</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Nonostante le notizie siano più che allarmanti, non ci sono segni di una possibile diminuzione dei gas serra nonostante la comunità internazionale è ben cosciente dell’urgente utilizzo di fonti alternative. L’anidride carbonica è responsabile di circa l’80% di questo forte aumento del cambiamento climatico <strong>“È il gas serra di origine umana più importante – </strong>dichiara l’Omm in una nota – <strong>e contribuisce per circa il 64% all’aumento del forcing radiativo (ovvero l’energia che ritorna sulla superficie terrestre a causa dei gas serra) globale dovuto all’insieme delle emissioni di gas serra persistenti”.</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Il riscaldamento globale del Pianeta porterà a <strong>periodi di siccità, inondazioni tempeste e ondate di calore sempre più frequenti</strong>. Anche se tali emissioni venissero bloccate adesso l’equilibrio climatico e la vita del pianeta ne risentirebbero per decenni.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Le temperature aumentano e gli animali diminuiscono di “taglia”</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 10:29:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>assunta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il cambiamento climatico ha effetti su piante e animali come dimostra lo studio di due biologi dell’università di Singapore, in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Natural Climate Change.
 
I ricercatori Jennifer Sheridan e David Bickf sostengono che esista una relazione tra il cambiamento climatico e la riduzione delle dimensioni degli organismi.
Secondo questi studiosi, l’aumento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/10/butterfly1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3775" title="butterfly" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/10/butterfly1.jpg" alt="" width="430" height="286" /></a>Il <strong>cambiamento climatico ha effetti su piante e animali</strong> come dimostra lo studio di due biologi dell’università di Singapore, in un articolo pubblicato sulla rivista scientifica <em><strong>Natural Climate Change</strong>.</em></p>
<p style="text-align: justify;"><em> </em></p>
<p style="text-align: justify;">I ricercatori <strong>Jennifer Sheridan</strong> e <strong>David Bickf</strong> sostengono che esista una<strong> relazione tra il cambiamento climatico e la riduzione delle dimensioni degli organismi</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo questi studiosi, l’aumento della temperatura, causato da un <strong>incremento di Co2 nell’atmosfera, la diminuzione delle precipitazioni e l’impoverimento del suolo, comporterebbero la progressiva riduzione dello sviluppo delle piante, e di conseguenza di alcune specie animali</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo studio ha analizzatp la grandezza dei fossili e ha dimostrato che le dimensioni di <strong>alcuni frutti si rimpiccioliscono dal 3 al 17% per ogni grado Celsius in più</strong>. Tale fenomeno interessa anche le <strong>dimensioni del corpo degli invertebrati marini che si riducono dallo 0,5 al 4% e i pesci per i quali la percentuale arriva fino al 22% in meno</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">La ricerca specifica, però, che esistono classi di animali come i mammiferi che sono soggetti a un aumento delle dimensioni. Dalle analisi dei ricercatori è emerso che questo accade agli animali che vivono a latitudini maggiori, in luoghi dove l’aumento delle temperature ha favorito il prolungamento della stagione, facilitando in questo modo la possibilità di alimentarsi e svilupparsi.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli studiosi sottolineano la <strong>pericolosità del processo che, causando il progressivo ridimensionamento degli organismi viventi, potrebbe avere in futuro effetti negativi per l’alimentazione umana</strong>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Il buco dell&#8217;ozono raggiunge l&#8217;Artico</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Oct 2011 14:12:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>assunta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
La perdita dell&#8217;ozono sopra l&#8217;Artico è così grave che per la prima volta si parla di “buco dell&#8217;ozono” così come l&#8217;hanno definito un gruppo di scienziati che hanno pubblicato un nuovo studio sulla rivista Nature. Una perdita che secondo i ricercatori del California Institute of Technology (Caltech) quest&#8217;anno è paragonabile a quella verificatasi sopra l&#8217;Antartide. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- 		@page { margin: 2cm } 		P { margin-bottom: 0.21cm } --></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/10/artico.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3724" title="SCIENCE-ENVIRONMENT-OZONE" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/10/artico.jpg" alt="" width="480" height="433" /></a>La <strong>perdita dell&#8217;ozono sopra l&#8217;Artico è così grave che per la prima volta si parla di “buco dell&#8217;ozono”</strong> così come l&#8217;hanno definito un gruppo di scienziati che hanno pubblicato un nuovo studio sulla rivista <a href="http://www.nasa.gov/mission_pages/calipso/main/index.htmlhttp://www.nasa.gov/mission_pages/calipso/main/index.htmlhttp://www.nasa.gov/mission_pages/calipso/main/index.htmlhttp://www.nasa.gov/mission_pages/calipso/main/index.html" target="_blank"><strong>Nature</strong></a>. Una perdita che <strong>secondo i ricercatori del California Institute of Technology (Caltech) </strong>quest&#8217;anno è paragonabile a quella verificatasi sopra l&#8217;Antartide. Un fenomeno, osservato grazie <a href="http://www.nasa.gov/mission_pages/calipso/main/index.html" target="_blank"><strong>ai satelliti della Nasa: l&#8217;Aura e Calipso</strong></a>, che per la prima volta coinvolge anche il Nord del Pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">A circa 20 chilometri al di sopra dell&#8217;Artico, in un solo anno, <strong>l&#8217;80 per cento di ozono si è distrutto, secondo i dati raccolti dagli scienziati</strong>. La causa è da attribuirsi alla presenza del tutto insolita di una <strong>corrente fredda a grandi quote </strong>e a una maggiore quantità di <strong>gas che riduce l&#8217;ozono nell&#8217;area</strong>. Il periodo di basse temperature quest&#8217;anno, a determinate latitudini, è durato trenta giorni in più rispetto a qualsiasi altro inverno artico, attivando processi chimici che trasformano il<strong> cloro in sostanze dannose che danneggiano questa forma di ossigeno che si accumula naturalmente nella stratosfera</strong> (dai 15 ai 35 chilometri al di sopra della superficie terrestre) e che protegge la vita degli esseri viventi dai raggi ultravioletti del sole.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>I composti clorurati</strong> (vietati dal <strong>Protocollo di Montreal del 1989</strong>, la cui azione però persiste per anni) prodotti  dall&#8217;uomo, inoltre, contribuiscono alla distruzione di questo gas e sono <strong>molto più attivi in climi freddi</strong>. In genere questo fenomeno si registra in primavera sulle due regioni polari, anche se <strong>nell&#8217;Artico (Polo Nord) è meno grave che in Antartide</strong> (Polo Sud).</p>
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		<title>La metro di Delhi combatte l&#8217;inquinamento</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Sep 2011 11:15:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>assunta</dc:creator>
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La rete metropolitana di New Delhi è diventata la prima al mondo a  guadagnare crediti di carbonio, “carbon credits”, da parte delle  Nazioni Unite perché ha ridotto le emissioni di gas serra e  l&#8217;inquinamento che nella città si stima intorno a 630.000 tonnellate  di biossido di carbonio prodotte in un anno. Il valore dei crediti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/09/Delhi-Metro.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3699" title="Delhi-Metro" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/09/Delhi-Metro.jpg" alt="" width="430" height="287" /></a><strong><br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><!-- p { margin-bottom: 0.21cm; } --><strong>La rete metropolitana di New Delhi è diventata la prima al mondo a  <a href="http://www.thehindu.com/news/cities/Delhi/article2486634.ece" target="_blank">guadagnare crediti di carbonio</a>, “carbon credits”, da parte delle  Nazioni Unite </strong>perché ha ridotto le emissioni di gas serra e  l&#8217;inquinamento che nella città si stima intorno a <strong>630.000 tonnellate  di biossido di carbonio prodotte in un anno</strong>. Il valore dei crediti da acquisire é  di circa 9,5milioni di dollari nei prossimi sette anni, con l&#8217;aumento dei passeggeri questa  cifra tenderà a crescere. Attualmente a usufruire di questo servizio  sono 1,8 milioni di persone che hanno evitato di prendere l&#8217;auto;  l&#8217;autobus e di muoversi su “gomma” preferendo un mezzo ecologico.  <strong>Ogni passeggero che viaggia in metro per percorrere 10 km evita  l&#8217;emissione di 100 grammi di Co2 per ogni viaggio</strong>, secondo i dati  forniti dall&#8217;Onu.  Nessun&#8217;altra rete metropolitana al mondo è riuscita a ottenere lo  stesso risultato, anche a causa di esigenze e controlli rigorosi per  raggiungere questo tipo di certificazione <strong>rilasciata quando avviene  una riduzione delle emissioni come risultato di attività realizzate in  progetti basati su Meccanismi di sviluppo pulito (Clean development  mechanism, CDM) come previsto dal Protocollo di Kyoto</strong>.  Il meccanismo consente ai Paesi in via di sviluppo di accedere a fondi per finanziare progetti sostenibili. La nuova linea è stata lanciata nel 2002 per decongestionare il  traffico incessante in città e ridurre l&#8217;inquinamento atmosferico provocato da circa 91mila veicoli.</p>
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		<title>Ban Kin-moon: “Il clima minaccia l&#8217;umanità”</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 15:04:20 +0000</pubDate>
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«Il cambiamento climatico non è un problema futuro ma attuale, sopratutto nelle isole del Pacifico» dichiara il Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, che in questi giorni partecipa al Forum delle Isole del Pacifico (PIF che riunisce circa 16 Paesi), in corso in Nuova Zelanda. Dopo aver visitato le isole di Kiribati, dove la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- p { margin-bottom: 0.21cm; } --><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/09/kiribatiflooded1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-3636" title="kiribatiflooded" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/09/kiribatiflooded1.jpg" alt="" width="430" height="287" /></a></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span>Il cambiamento climatico non è un problema futuro ma attuale, sopratutto nelle isole del Pacifico</strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span> dichiara il Segretario generale delle Nazioni Unite<strong>, Ban Ki-moon,</strong> che in questi giorni partecipa al <strong>Forum delle Isole del Pacifico</strong> (PIF che riunisce circa 16 Paesi), in corso in <strong>Nuova Zelanda</strong>. Dopo aver visitato le <strong>isole di Kiribati, dove la popolazione sarà costretta a trasferirsi a causa dell&#8217;innalzamento del livello del mare</strong>, il leader delle <strong>Nazioni Unite</strong> ha rafforzato la sua convinzione: <span style="font-family: Times New Roman,serif;">«</span><strong>il cambiamento climatico </strong>-continua il Segreteraio- <strong>sta diventando una minaccia seria per l&#8217;umanità, in grado di sfidare la pace e la stabilità mondiale</strong><span style="font-family: Times New Roman,serif;">»</span>.</p>
<p style="text-align: justify;">Alle Kiribati, infatti, arcipelago composto da 33 atolli e un&#8217;isola vulcanica, la <strong>popolazione costituita da circa 105.000 persone dovrà cercarsi una nuova sistemazione</strong> per il rischio d&#8217;inondazioni. Il<strong> presidente, Anote Tong</strong>, durante il suo discorso al Forum, ha avvertito i leader degli altri Paesi partecipanti che l&#8217;affondamento delle isole del suo Stato è così vicino che intende costruire una <strong>piattaforma galleggiante per salvare la popolazione</strong>. Il progetto è molto simile a quello già sperimentato dalle compagnie petrolifere per lo sfruttamento dei giacimenti di oro nero, situati sotto il fondo marino.</p>
<p style="text-align: justify;">Altre nazioni come le <strong>isole Fiji, Salomon, Nauru e Tonga, perderanno quasi tutto o parte del loro territorio</strong> quando il livello del mare salirà per effetto del riscaldamento globale.</p>
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		<title>Una rete globale per calcolare la Co2</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Jan 2011 14:32:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Per analizzare le emissioni di Co2 di ciascun Paese, un&#8217;azienda statunitense: Earth Networks nei prossimi 5 anni investirà 25 milioni di dollari nell&#8217;installazione di 100 rilevatori di ultima tecnologia, utili a calcolare il biossido di carbonio. L&#8217;obiettivo è creare una grande rete globale di monitoraggio. 50 centraline saranno situate negli Stati Uniti, altre 25 in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/01/110128112230_moni526.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1801" title="110128112230_moni526" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/01/110128112230_moni526.jpg" alt="" width="474" height="207" /></a>Per analizzare le emissioni di <strong>Co2</strong> di ciascun Paese, un&#8217;azienda statunitense: <a href="http://www.earthnetworks.com/" target="_blank"><strong>Earth Networks </strong></a>nei prossimi 5 anni investirà 25 milioni di dollari nell&#8217;installazione di <strong>100 rilevatori di ultima tecnologia, utili a calcolare il biossido di carbonio</strong>. L&#8217;obiettivo è creare una grande <strong>rete globale di monitoraggio</strong>. 50 centraline saranno situate negli Stati Uniti, altre 25 in Europa e nel resto del mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">I ricercatori stanno valutando le zone migliori dove collocarle, in base alla posizione geografica.</p>
<p style="text-align: justify;">Questa rete su larga scala consentirà di avere <strong>informazioni dettagliate sulle emissioni a livello mondiale di tutti i Paesi</strong>, anche di quelli che non parteciperanno al progetto, come la <strong>Cina</strong> perchè basterà fissare i sensori in Giappone, in Corea o nel sud-est Asiatico per ottenere informazioni anche sul territorio cinese. Questa nuova tecnologia, infatti, utilizza le <strong>misurazioni dei livelli di gas e i modelli metereologici per rintraccaiare la prvenienza delle sostanze inquinanti</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche la comunità scientifica ha accolto in modo favorevole questa nuova missione, e i dati saranno del tutto trasparenti e utili ai fini di<strong> ricerche e studi sul clima</strong>.</p>
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		<title>I misteri del clima nelle profondità del Mar Morto</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Jan 2011 18:08:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Israel Academy of Sciences and humanities]]></category>
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		<description><![CDATA[Sotto questo grande lago, conosciuto per sua salinità, si nascondono i segreti meglio custoditi del nostro Pianeta. Per scoprire queste informazioni, un team di ricercatori guidati dal professor Zvi Ben-Avraham, membro dell’Israel Academy of Sciences and humanities, ha perforato il fondo fino a raggiungere una profondità di circa 380 metri. Gli scienziati hanno rivelato che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/01/sali-mar-morto.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1632" title="sali-mar-morto" src="http://www.fondazioneuniverde.it/wp-content/uploads/2011/01/sali-mar-morto.jpg" alt="" width="474" height="313" /></a>Sotto questo grande lago, conosciuto per sua salinità, si nascondono<strong> i segreti meglio custoditi del nostro Pianeta.</strong> Per scoprire queste informazioni, un team di ricercatori guidati dal professor Zvi Ben-Avraham, membro dell’<strong>Israel Academy of Sciences and humanities</strong>, ha perforato il fondo fino a raggiungere una profondità di circa 380 metri. Gli scienziati hanno rivelato che quando il livello del mare è basso, si formano depositi di sale, quando è alto, invece, non ci sono. <strong>Analizzando la loro frequenza è possibile determinare così periodi di siccità e di pioggia</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">L’obiettivo dello studio è estrarre materiale per ottenere informazioni sul <strong>cambiamento climatico e sui movimenti sismici nella regione</strong>, verificatasi mezzo milione di anni fa. Uno dei minerali presenti nell’acqua, <strong>l’aragonite</strong>, costituito da carbonato di calcio, è in grado di fornire dettagli su elementi che risalgono a <strong>500.000 di anni fa</strong>. L’analisi di questi sedimenti consentirà ai ricercatori di fare <strong>valutazioni precise sulle condizioni ambientali passate, e previsioni climatiche future</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Dall’analisi del materiale geologico, invece, si ricaveranno <strong>modelli sismici della zona</strong>, essenziali per la vita degli stessi israeliani, palestinesi e giordani, le cui regioni sono attraversate dal Mar Morto.</p>
]]></content:encoded>
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