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Rischi/benefici derivanti dall’impiego di OGM in alimentazione animale

25 settembre 2015 13:50

Federico Infascelli, Raffaella Tudisco, Pietro Lombardi, Serena Calabrò, Monica I. Cutrignelli, Micaela Grossi

Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali Università di Napoli Federico II

Una tra le preoccupazioni sollevate dall’opinione pubblica sull’impiego degli OGM nel settore agroalimentare è rappresentata dal destino metabolico dei frammenti di DNA modificato ingeriti dagli animali. L’integrità del DNA, infatti, rappresenta il fattore chiave per un ipotetico trasferimento genico orizzontale del DNA ricombinante alla microflora intestinale con   acquisizione di nuove informazioni da organismi geneticamente distinti (van den Eede et al., 2004).

Diversi risultano i quesiti  ancora da risolvere:

  1. i frammenti di DNA modificato o le proteine derivanti potrebbero essere trasferiti ed accumulati nell’organismo di animali che sono stati alimentati con piante GM e nei prodotti (latte, carne ed uova) da loro forniti?
  2. il DNA del gene introdotto o modificato in una specie vegetale, se trasferito agli animali che la consumano, potrebbe causare effetti avversi alla loro salute?
  3. il consumo di specie vegetali geneticamente modificate o di prodotti di origine animale provenienti da animali alimentati con piante GM potrebbe portare ad effetti avversi alla salute dell’uomo?

Numerose ricerche sono state effettuate nell’uomo e in diverse specie animali allo scopo di valutare la sopravvivenza del DNA nel tratto gastro-intestinale e la presenza di frammenti genici in diversi tessuti e organi. Alcune di esse hanno messo in luce una rapida degradazione, in vivo e in vitro (Harrison et al. 1996) ed a seguito di processi fermentativi ruminali (Smith and McAllan, 1973) od extra ruminali (Fearing et al., 1997) dei frammenti di DNA trasformato. Se tali risultati sembrano negare la possibilità che il DNA trasformato possa essere assorbito, altre osservazioni indeboliscono questa ipotesi. Nell’uomo, Martin-Orúe et al. (2002), in prove in vitro, non osservarono frammentazione del DNA in ambiente gastrico per la soia e per il mais GM; incubando, invece, il solo DNA estratto dalla prima, questo veniva degradato per circa l’80%. Nel piccolo intestino, entrambi gli alimenti GM venivano non totalmente degradati e con diverse velocità. Netherwood et al. (2004) somministrarono a 7 volontari ileostomizzati una dieta contenente soia resistente al glifosate: il transgene veniva recuperato da tutti gli ileostomizzati, ma in quantità altamente variabile tra i soggetti. Schubbert et al. (1997) in topi alimentati con DNA proveniente dal batteriofago M13mp18 misero in evidenza che il DNA estraneo attraversava l’epitelio della parete intestinale, raggiungeva i leucociti delle placche di Peyer ed era trasportato attraverso il sangue periferico ai leucociti e quindi alla milza e al fegato. Duggan et al. (2003), nel liquido ruminale di pecora, rilevarono la presenza del frammento di 1914 bp del gene Bt fino a 5 ore dopo l’ingestione di granella di mais GM. Al contrario questo non fu rilevato in animali alimentati con insilato proveniente dallo stesso mais GM. Frammenti più piccoli (211 bp) del transgene cry1A(b) furono invece amplificati 3 e 24 ore dopo l’ingestione rispettivamente di insilato e di granella di mais GM. Aeschbacher et al. (2002) rilevarono in polli alimentati con mais GM, oltre a frammenti del gene ivr (invertasi, 226 bp) anche quelli del gene Bt nel fegato, nella milza e nel muscolo. In polli alimentati con mais GM, Chambers et al. (2002) ritrovarono il gene marcatore per la resistenza all’ampicillina nel gozzo (100% dei casi) e nello stomaco (40% dei casi), ma non nel contenuto intestinale. Chowdhury et al. (2003) rivelarono frammenti transgenici – 110-437 bp del gene cry1A(b) – nel contenuto intestinale di maiali alimentati con mais transgenico.

Allo scopo di apportare un contributo in merito, presso il Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali dell’Università di Napoli Federico II, sono state effettuate alcune indagini sperimentali in ognuna delle quali sono stati costituiti gruppi omogenei di animali che ricevevano con la dieta soia convenzionale vs soia RoundUp Ready (RR), caratterizzata dalla presenza del gene epsps, isolato dall’Agrobacterium tumefaciens ceppo CP4, in grado di rendere la pianta resistente all’azione dell’erbicida glifosate. In tutte le indagini si è provveduto alla ricerca, mediante PCR, delle sequenze di DNA transgenico, nonché alla valutazione dell’attività di alcuni enzimi serici e tissutali.

Una prima indagine è stata effettuata su conigli bianchi di Nuova Zelanda (BNZ) di età media di 70 ± 5 giorni (peso vivo medio di 2 ± 0.90 kg), equamente distribuiti tra i sessi, allevati in gabbie individuali e suddivisi in due gruppi omogenei (C e T). Entrambi i gruppi sono stati alimentati con una dieta costituita per l’80% da un mangime completo del commercio sotto forma di pellets e per il 20% da farina di estrazione di soia (soia f.e.). Mentre per il gruppo A è stata utilizzata soia f.e. di tipo convenzionale, al gruppo B è stata somministrata una soia RoundUp Ready (RR). Da tutti gli animali, subito prima della macellazione, si è provveduto a prelevare in condizioni sterili 10 ml di sangue in provette vacutainer contenenti sodio citrato. Sui campioni, trasportati a +4°C in laboratorio, si è provveduto immediatamente all’estrazione del DNA. Un’altra provetta vacutainer di sangue è stata centrifugata a 3000 g per ottenere il siero. Successivamente sono stati prelevati campioni di tessuto muscolare (coscio sinistro), di parenchima epatico, renale, splenico e cardiaco, nonchè dei contenuti del duodeno, del cieco e dell’ampolla rettale (feci). Tutti i campioni sono stati conservati in tubi sterili, trasportati a +4°C in laboratorio e conservati a -20°C. Mentre non è stato possibile mettere in evidenza sequenze di DNA transgenico, gli animali alimentati con soia GM hanno mostrato livelli significativamente (P<0.05) più elevati dell’attività degli enzimi LDH a livello cardiaco e renale, e del ALT e della GGT solo a livello renale. Per quanto riguarda la distribuzione degli isoenzimi, differenze significative sono state rilevate per LDH1 e LDH2 nel cuore e LDH1 nel rene. Un significativo aumento di questo isoenzima è stato anche rilevato nel fegato (Tudisco et al., 2006).

La seconda indagine (Tudisco et al., 2010) è stata effettuata impiegando capre pluripare, equamente suddivise in due gruppi (A e B) omogenei per numero di parti e per quantità di latte prodotto nella precedente lattazione. I soggetti del gruppo A, ricevevano fieno di avena ad libitum e un mangime concentrato integrato del commercio somministrato in ragione di 200 – 300 e 400 g/capo/die, rispettivamente 45, 30 e 15 giorni prima della presunta data del parto, individuata attraverso esame ecografico effettuato al 60° giorno di gravidanza. Il mangime non conteneva alimenti geneticamente modificati. I soggetti del gruppo B, invece ricevevano con modalità analoghe un mangime isoproteico ed isoenergetico come il precedente, che però tra i gli ingredienti presentava soia geneticamente modificata (RoundUp® Ready). Dopo il parto (occorso per tutti i soggetti entro la prima decade di febbraio) i soggetti di entrambi i gruppi hanno ricevuto il mangime concentrato integrato sopra descritto in quantità progressivamente crescente fino ad 700 g/capo/die. A partire da 15 giorni dopo il parto è stata registrata, a cadenza mensile e per un totale di 5 controlli, la produzione lattea individuale. In occasione di ciascun controllo sono stati prelevati campioni individuali di latte (ottenuti ponderando le produzioni delle due mungiture giornaliere) per le determinazioni chimiche. Inoltre, da ogni capra 100 ml di latte sono stati prelevati e congelati a -20 °C per l’estrazione del DNA. Dopo il parto, 10 capretti (A e B) per gruppo nati da parti bigemini sono stati tenuti in box separati, su lettiera in terra battuta e senza alcuna possibilità di accesso agli alimenti e alimentati unicamente con il latte materno. Tutti gli animali sono stati sacrificati alla età media di 60 ± 7 giorni, epoca alla quale avevano raggiunto il peso vivo medio di 11,2 ± 1.2 kg. Da tutti gli animali, immediatamente prima della macellazione, sono stati prelevati in condizioni sterili 10 ml di sangue in provette vacutainer contenenti K3-EDTA. Successivamente sono stati prelevati campioni di tessuto muscolare, di parenchima epatico, renale, splenico e cardiaco, Tutti i campioni sono stati conservati in tubi sterili da 50 ml, trasportati a +4°C in borse termiche ed in seguito conservati -20°C.

Soltanto nel gruppo di animali alimentati con soia RR, sono stati rilevati, nel latte (tabella 1 in allegato) frammenti transgenici del promotore 35S e del gene cp4 epsps della soia RR con frequenza, in funzione del prelievo, tra il 30 e il 70% e tra il 40 e il 50%, e nel sangue con frequenza del 20% e del 42.5%, rispettivamente. Nel siero di questi animali i livelli degli enzimi AST and ALT risultarono significativamente (P<0.05) più bassi.

Di notevole interesse appaiono i risultati scaturiti dalle indagini effettuate sui capretti. Soltanto nel gruppo nato dalle madri alimentate con soia GM, infatti, sono stati rilevati frammenti del DNA transgenico nel fegato, rene, muscolo, milza, cuore e sangue (tabella 2 in allegato). Tali risultati suggerirebbero un passaggio del DNA attraverso il latte. In questi capretti, infine, è stato registrato un significativo aumento dell’LDH, in particolare dell’isoenzima LDH1 nel cuore, muscolo e rene, nonchè della GGT nel fegato. Tali ultime alterazioni, confermate anche da reazioni di istochimica, sarebbero da attribuire ad un aumento del metabolismo cellulare e indicano la necessità di ulteriori studi per valutare possibili effetti a lungo termine.

L’indagine condotta al fine di valutare l’integrità del DNA vegetale di origine alimentare nel latte di capra e in alcuni organi e tessuti dei figli di tali soggetti ha portato a risultati molto interessanti: aver rilevato sequenze transgeniche contribuisce a dare giusto credito alle preoccupazioni di una larga fascia di consumatori nei riguardi del consumo di alimenti GM. Se, infatti, la sola presenza di DNA transgenico nelle derrate non è corretto venga considerato pericoloso per la salute umana, siamo dell’avviso che essa rappresenti in ogni caso una alterazione della naturale composizione di un alimento. Riguardo alla possibilità che gli alimenti GM possano determinare alterazioni morfo-funzionali nell’organismo animale, infine, ci preme ricordare la necessità di condurre ulteriori indagini, alla luce dei risultati relativi alle alterazioni enzimatiche ottenuti anche nella indagine sui conigli precedentemente descritta.

In merito ad eventuali alterazioni dei prodotti di o.a. riferibili al consumo da parte degli animali di materie prime geneticamente modificate, in una recentissima ricerca abbiamo rilevato diminuzione significativa del contento in proteine, in grasso e delle IgG nel colostro di capre alimentate per 2 mesi prima del parto con mangime contenente soia RoundUp® Ready. Notevolmente peggiorate sono, di consegienza, risultate le performance di accrescimento dei capretti che hanno ricevuto tale colostro (Tudisco et al., 2015).

Di notevole ausilio allo studio degli alimenti zootecnici GM appare il ricorso a tecniche in vitro in grado di svelarne eventuali modificazioni dell’andamento fermentativo. Allo scopo è stata effettuata una indagine sperimentale (Tudisco et al., 2004)., impiegando la tecnica della produzione cumulativa di gas (Theodorou,  1993), che consente di stimare la digeribilità della sostanza organica nonché la cinetica di fermentazione di alimenti incubati in liquido ruminale. Confrontando granelle intere di mais Mon810 e di soia RR con le rispettive controparti convenzionali, è emerso, malgrado la composizione chimica non differente, che la modificazione genetica comporta per il mais un significativo aumento della velocità di fermentazione (figura 1) e per la soia un significativo decremento della produzione di gas. Per quanto riguarda il mais, non avendo elementi a sufficienza per giustificare con validi supporti scientifici tale diverso comportamento dell’alimento GM, non possiamo che formulare qualche ipotesi, la cui verifica è oggetto di ulteriori nostre ricerche.  Infatti, sulla base delle conoscenze in nostro possesso e su quanto reperito in letteratura è verosimile credere che l’aver indotto la resistenza a Ostrinia nubilalis introducendo il gene Cry 1Ab proveniente da Bacillus thurigiensis, abbia in qualche modo comportato una modificazione della struttura dell’amido presente nel contenuto cellulare. Tali risultati consentono innanzitutto di rilevare l’inadeguatezza del principio di “sostanziale equivalenza nutrizionale” qualora essa si basi sulla similitudine delle sole caratteristiche chimiche. Da non sottovalutare, infine, in termini di sicurezza alimentare l’ipotesi scaturita dai nostri risultati circa la possibile alterazione, durante l’introduzione del gene modificato, di altri siti del genoma (responsabili come avvenuto nel caso del mais di una struttura differente dell’amido).

Allo scopo di fornire valide alternative all’impiego di soia e mais (gli alimenti che più preoccupano in seguito alla loro modificazione genetica, ma che da parte di qualcuno sono considerate insostituibili nell’allevamento animale) il nostro gruppo di ricerca effettua da anni prove di campo volte a verificare la possibilità della sostituzione di queste materie prime nell’alimentazione degli animali in produzione zootecnica. I risultati di tali studi appiono molto confortanti. In particolare, in una prova nella quale abbimo sostituito, quale fonte proteica, il favino alla soia nella razione di vitelloni bufalini in accrescimento, sia le peformance di accrescimento che al qualità delle carni non hanno mostrato alcun peggioramento (Calabrò et al., 2014), mentre l’impiego dell’insiolato di orzo, invece di quello di mais, ha comportato addirittura miglioramenti della qualità del latte di bufala (Tudisco et al., 2010).

Per i riferimenti e le tabelle si rimanda all’allegato in basso

In basso è possibile scaricare l’articolo in PDF:

Rischi benefici derivanti dall’impiego di OGM in alimentazione animale.pdf

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