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Le Kyoto communities

31 dicembre 2008 14:35

www.fondazioneuniverde.com promuove una rete di comunità locali, costituita dai comuni, dalle province, dalle regioni, dalle comunità montane, dagli enti parco, dalle autorità portuali che vogliono contribuire a raggiungere gli obiettivi europei del post Kyoto che il nostro Governo, nel Consiglio europeo della primavera del 2007, si è impegnato a rispettare e che ora sono messi pesantemente in discussione dal nuovo Governo, che anzi si erge a paladino della parte più retrograda di Confindustria e capeggia la “rivolta” dei paesi più arretrati d’Europa dal punto di vista ambientale. Continua…

Paesaggio

7 dicembre 2008 11:33

Cominciamo per ordine, quindi dal significato etimologico del termine e subito scopriamo che esso è definito polisemico, proprio per la miriade di significati ad esso attribuiti e per il ventaglio di percezioni che evoca: paesaggio naturale, umanizzato, culturale, ma anche paesaggio interiore, della nostalgia, del ricordo, e così via per molte altre distinzioni ancora. Chi ritiene il paesaggio un vero e proprio mito culturale, che Demetra ci ha lasciato in eredità, privilegia la componente naturalistica del paesaggio, quella componente che fu la molla prevalente della grande stagione del Grand Tour in auge tra la ricca società dell’Europa del Settecento. Chi ritiene che il paesaggio sia una commistione “unica” di elementi naturali ed antropici privilegia il radicamento di particolari culture in specifici luoghi, che hanno generato forme territoriali originali e irripetibili (non bastano due palme, una spiaggia e un tratto di mare per ottenere i Carabi). Chi parla di paesaggio interiore apre un profondo squarcio in un direzione nuova, quella della percezione, legando a stretto giro l’insieme di elementi visibili con i sentimenti provocati nell’osservatore nel momento in cui li vede. La percezione nasce da sensazioni molto precise (caldo/freddo; piacere/dolore; odori/sapori, ecc.) che si legano strettamente al paesaggio e che, talvolta, persistono indelebilmente anche nel ricordo. Ritengo che ciascuno di questi approcci al grande tema del paesaggio sia di per sé corretto, ma riduttivo, perché oggi si è affermata pienamente l’idea di paesaggio come elemento unificante e caratterizzante di un territorio e della sua identità, nata proprio dalla combinazione dei diversi significati. Senza l’uomo nemmeno i paesaggi esisterebbero. Non si tratta però di considerazioni soltanto estetiche: la potenzialità estetica dei paesaggi può interessare il turismo, cosa non trascurabile, ma il paesaggio ha una funzione assai più complessa, perché rispecchia l’azione umana a 360° e costituisce una sorta di fil rouge che lega tra loro epoche differenti e stratificazioni originali. Da un punto di vista scientifico, infatti, ogni paesaggio costituisce una combinazione tra un territorio e un gruppo umano specifici. Ne consegue che ogni regione ha un suo paesaggio, che non sarà in nessun caso lo stesso se cambiano il territorio o il gruppo umano che lo hanno generato. Altrettanto importante è la considerazione che tra l’evoluzione sociale e l’organizzazione territoriale alla base dei paesaggi c’è una relazione costante, che dà luogo ad impatti ambientali specifici e differenti nel tempo e nello spazio. La relazione può evolversi positivamente, o richiedere interventi risanatori. Un grande geografo francese, Pierre George, ha affermato che quando osserviamo un paesaggio poniamo la nostra attenzione su una porzione piccola di spazio in una breve proiezione di tempo. Il paesaggio, perciò, non può cristallizzarsi, né fermarsi, perché è insita nel suo stesso concetto l’idea di dinamicità e di cambiamento. Di questo occorre siano consapevoli non solo coloro che intervengono sul paesaggio ai diversi livelli, ma anche coloro che ne giudicano le azioni e che spesso aspirano a forme di paesaggio assolutamente prive di significato, perché anacronistiche. Ma, se il paesaggio non deve essere inteso in senso statico e se al tempo stesso va protetto, tutto ciò implica un’azione ancora più attenta, ancora più incisiva e non selettiva, ma diffusa. La Convenzione Europea del Paesaggio, consolidando il legame tra gruppo umano e territorio, grazie anche al nuovo ruolo assunto dalle regioni dopo la modifica del titolo V della Costituzione, contribuisce al coinvolgimento delle comunità e alla loro responsabilizzazione. Le Regioni aderenti alla Convenzione riconoscono il paesaggio quale elemento chiave per raggiungere e garantire il benessere dei cittadini la qualità della vita e la piena coscienza che ciascuno di noi è prima attore e poi fruitore dello spazio in cui vive. Per adempiere alle proprie finalità, è risultato indispensabile che a latere della Convenzione si creasse una Rete Europea dei Paesaggi: infatti, poter contare su una rete (di rapporti, di iniziative, di scambi, di relazioni, di controlli e di tutela) agevola l’attuazione della Convenzione stessa e ne esalta la funzione a livello internazionale. Grazie alla Risoluzione n°178 del 2004 è stato creato un organismo europeo formato di enti locali e regionali il cui obiettivo principale è proprio quello di motivare e sostenere, tecnicamente e politicamente, gli stessi enti locali e regionali nel momento in cui sono chiamati ad applicare i principi della Convenzione a livello territoriale. Il 30 maggio 2006 a Strasburgo il 30 maggio 2006, presso il Consiglio d’Europa, venti (oggi oltre trenta) Enti territoriali provenienti da sei (oggi sette) diversi Stati hanno costituito la RECEP. Membri della “RECEP” sono gli enti locali e regionali europei che fanno parte di uno Stato membro del Consiglio d’Europa che ha sottoscritto la Convenzione. Sono invece Osservatori i rappresentanti dei comitati d’esperti del Consiglio d’Europa responsabili, a livello intergovernativo, del controllo della sua applicazione. I rappresentanti del Congresso partecipano alle riunioni degli organi della “RECEP” ex officio; i rappresentanti degli Stati interessati e le organizzazioni internazionali competenti solo se invitati. Conformemente alle disposizioni dello Statuto sottoscritto a Strasburgo, la “RECEP” rappresenta un’organizzazione internazionale di tipo non governativo, liberamente costituita da enti locali e regionali di Stati membri del Consiglio d’Europa nel quadro del diritto civile alsaziano-mosellano e posta sotto l’egida del Congresso. Su queste basi la RECEP è pronta ad impegnarsi per sostenere gli enti locali e regionali nelle loro responsabilità istituzionali di attuazione della Convenzione a livello territoriale, contribuendo, per quanto è di sua competenza, alle attività, alle attività di controllo dell’applicazione della Convenzione da parte degli organismi intergovernativi attivati presso il Consiglio d’Europa. Il legame tra difesa del paesaggio e osservanza delle norme locali è inscindibile; di qui l’esigenza che un organismo come la RECEP, da cui dipende l’ attuazione della Convenzione Europea del Paesaggio nella grande rete di Enti Locali europei, sia gestita dai rappresentanti politici locali cui è demandata la pianificazione del territorio e la legislazione urbanistica. Ma l’azione degli organismi politici deve essere supportata dalla corretta applicazione in campo amministrativo delle norme e degli indirizzi politico-programmatici. Inoltre non si può prescindere dalla conoscenza scientifica del problema da tutti i punti di vista (giuridico, storico, filosofico, economico-sociale, ecologico-ambientale): mai come in questo caso occorre trovare il punto di incontro e di equilibrio tra un concetto di vasta portata epistemologica e di ampio significato, come quello della valenza paesaggistica, e la sua applicazione su specifici territori. Ecco perché l’azione della RECEP si svolge contemporaneamente su due binari, uno politico ed uno tecnico, entrambi supportati da una nascente, ma già consistente, rete di Università dove il tema del paesaggio è studiato nelle sue mille sfaccettature. Quanto più l’azione di tutti gli attori coinvolti – da e con la Recep – sarà sinergica, tanto più risulterà attuabile la Convenzione Europea del Paesaggio, tanto più salda sarà la democrazia e la legalità. Tutela senza valorizzazione non avrebbe alcun senso: solo attraverso azioni mirate ad esaltare le emergenze ambientali, i centri urbani grandi e piccoli, le attività produttive tradizionali, le significatività culturali, storiche, artistiche, in una con gli altri strumenti di sviluppo, noi raggiungeremo il nostro scopo e daremo al paesaggio in generale e ai nostri paesaggi in particolare l’attenzione, il ruolo e le finalità cui meritano di aspirare. Per questo è auspicabile che la “rete” si incrementi: essere molti è fondamentale per contare di più e per fare la differenza tra la parte di Europa che fa del paesaggio la carta vincente del proprio sviluppo e quella che invece non avrà alcuno sviluppo. Chiudo con un invito a tutti i lettori: consultate il sito della RECEP, che da circa un anno è coadiuvata da altre due Associazioni intergovernative: Uniscape (Rete delle Università) e Civilscape (Rete delle Associazioni): www.recep-enelc.net In esso, oltre a molte informazioni utili, soffermatevi a guardare il paesaggio posto in alto della pagina. E’ la sintesi dell’evoluzione di un paesaggio ripreso con una macchina da presa fissa nell’arco di 24 ore: ad osservarlo bene, sono indicati alcuni significativi cambiamenti del luogo (Stretto di Messina) nelle varie ore del giorno e della notte: maggiore o minore intensità di traffico navale, mutamenti del cielo e della luce, movimenti delle acque. La rivoluzione copernicana è compiuta: il paesaggio non può mai fermarsi. E’ l’uomo che deve cogliere meglio il senso profondo della tutela di un elemento in eterno movimento.

Trasporto animali sui treni: sempre piú lontani dall’Europa

 11:31

Questo divieto ha fatto insorgere tutte le persone con un minimo di buon senso nel nostro Paese. Assurdo parlare di lotta al randagismo e promuovere costose campagne contro l’abbandono quando poi si creano normative che a tutto servono, soprattutto a scusare Trenitalia della mancanza di pulizia sulle loro carrozze, meno che ad agevolare la convivenza uomo-animale. Grazie all’intervento delle associazioni animaliste, quell’ordinanza è stata sospesa e sono di questi giorni le nuove disposizioni, sicuramente migliori delle precedenti, ma che ci lasciano un dubbio di fondo: perché nel nostro Paese il rapporto con gli animali è sempre così osteggiato? E’ vero, sicuramente ora anche i cani di taglia media e grande possono salire sui treni, ma solo nell’ultimo scompartimento dell’ultima carrozza di seconda classe e non negli orari di punta, cosa che non rende certo facile il viaggiare con il proprio amico a quattro zampe. Ma non finisce qui, nel nuovo regolamento i cani cosiddetti “pericolosi” non sono ammessi. Questo crea una discriminante verso tutti quegli animali che hanno solamente la colpa di appartenere a quel famoso elenco stilato sulla base di caratteristiche genetiche, che poco hanno a che fare con la realtà singola di questi animali. Ci piacerebbe capire come mai, mentre nel resto d’Europa, i cani sono ammessi nei ristoranti, negli alberghi, persino in quelli a 5 stelle, nelle spiagge e in molti altri posti, nel nostro Paese invece vengono creati continui ostacoli e divieti al loro accesso. Perché non ci si rende finalmente conto che invece di tante parole di pietà di tutti i ben pensanti, si dovrebbe realizzare una vera politca di convivenza corretta e civile tra noi e i nostri amici animali. Questo non solo farebbe crescere cultralmente noi e ci arricchirebbe sotto ogni punto di vista, ma farebbe anche diminuire i costi pubblici in continuo aumento per coprire le spese dovute alla presenza sempre più massiccia di cani e gatti abbandonati che affollano le nostre strutture pubbliche e i vari rifugi privati. Alla responsabilità che si chiede a chi adotta un animale devono seguire atti politici concreti finalizzati a rendere più semplice questa convivenza, che oggi sembra invece, anche con queste nuove disposizioni di trenitalia, aver fatto ancora un passo indietro.

NOVEMBRE : mese della riduzione dei rifiuti

 11:08

Ogni anno cresce la produzione di rifiuti in Italia e in Europa e si attesta nell’anno 2006 (Rapporto Apat 2007) a 32,5 milioni di tonnellate con un incremento, rispetto all’anno precedente, superiore al 2,7%. E parliamo di RSU, rifiuti solidi urbani, perchè se consideriamo anche i rifiuti prodotti dalle imprese arriviamo a più di 100 milioni di tonnellate all’anno. LA produzione pro-capite ( media italiana) è di 563 kg/ab./anno con regioni che raggiungono ( anche a causa di un’ampia assimilazione) i 700 kg/ab./anno. La media europea si avvicina a 600kg/ab./anno. In Italia ci sono 400 discariche di cui 117 al Nord, 52 al centro, 231 al Sud, 114 impianti di compostaggio, 52 inceneritori ( di cui 31 al Nord, 13 al centro, 6 al Sud). Vi sono regioni che mandano in discarica dall’85% dei rifiuti prodotti al 94% ( Sicilia, Molise, Puglia, Lazio). La Raccolta differenziata è del 25,8% nel 2006 con un Nord al 40%, il Centro al 20% e il Sud al 10,2%. Confidiamo , naturalmente che il nuovo rapporto exApat ora Ispra ci fornisca dati più confortanti, anche perché tantissime città si stanno attrezzando per raggiungere elevati livelli di raccolta differenziata ( in tutta Italia da Salerno a Ragusa a Cosenza ecc…) e vi sono già città di notevoli dimensioni che raggiungono oltre il 70, 80% di raccolta differenziata. E’ anche ovvio che i benefici che si otterranno grazie alle iniziative messe in campo in questi anni saranno evidenti a partire dai prossimi anni.Per rispettare la normativa italiana i Comuni dovranno raggiungere il 65% di raccolta differenziata entro il 2012, pena pesanti sanzioni per chi non li rispetterà. Accanto poi alla raccolta differenziata, per favorire il riciclo eco-efficiente in Italia, gli enti pubblici, tutti, e anche le partecipate dovranno investire in acquisti verdi, come previsto dalla norma, almeno il 30 % del proprio budget. E, in tutti i casi , l’azione che la Comunità europea e la normativa italiana ritengono debba essere applicata in via prioritaria, secondo una gerarchia di comportamenti, riguarda appunto la riduzione della produzione di rifiuti come il miglior sistema di prevenzione. Per questa ragione, Unisco e ACR+ ( Associazione europea delle Città e Regioni per il riciclaggio e la gestione sostenibile delle risorse) hanno lanciato nelle due settimane dal 10 al 16 novembre e dal 22 al 30 novembre una campagna per la riduzione della produzione dei rifiuti, campagna sostenuta anche da Coordinamento Agende 21 locali, Rifiuti 21 network, Federambiente, Osservatorio Nazionale Rifiuti, Legambiente, Associazione dei Comuni virtuosi. Più di 500 iniziative sono state realizzate in tutta Italia con una straordinaria partecipazione di pubblico. Cosa prevede la Campagna? Gli obiettivi della campagna europea per la riduzione dei rifiuti sono di due ordini : suscitare l’impegno in un gran numero di città e regioni europee, ovvero ridurre effettivamente la quantità di rifiuti a livello locale, misurare l’effetto delle politiche locali di prevenzione, sviluppare indicatori numerici di prevenzione, individuare strumenti metodologici per mettere in opera la prevenzione su scala locale, mettere in comune ancor più informazioni ed esperienze per gestire le risorse in modo responsabile; inoltre un secondo obiettivo riguarda la possibilità di contribuire ad una politica europea di prevenzione attraverso un’integrazione delle politiche locali, nazionali ed europee in materia di prevenzione. In particolare sono state individuate azioni per ridurre la produzione di rifiuti di 100 kg/abitante/anno su 4 principali flussi di rifiuti 1. rifiuti organici 2. rifiuti cartacei 3. imballaggi 4. ingombranti e beni durevoli. . Le azioni e i potenziali di riduzione sono indicati precisamente in una tabella elaborata da ACR+
Rifiuti organici hanno un potenziale di riduzione di 40 kg/ab./anno attraverso compostaggio domestico, lotta agli sprechi alimentari, ecopannolini
I rifiuti cartacei presentano un potenziale di riduzione di 15 kg attraverso dematerializzazione degli uffici.Per quel che riguarda gli imballaggi sono 25 i kg in meno previsti attraverso azioni volte a favorire i prodotti cauzionati, promozione dell’acqua del rubinetto, la diffusione di borse riutilizzabili, la lotta contro l’over packaging. Infine, per quel che riguarda i beni durevoli si possono promuovere riduzioni importanti attraverso il riuso di mobili, vestiti, Raee, giochi, e la lotta agli acquisti superflui ( 20 kg). Un primo calcolo mostra come meno rifiuti significhi anche meno CO2 ( meno 100 kg significano meno 160 kg di Co2 abitatante/anno).Inoltre investire nella riduzione della produzione di rifiuti significa alleggerire sensibilmente le somme destinate per la gestione dei rifiuti, ridurre l’impatto ambientale , ridurre le quantità di infrastrutture necessarie per la raccolta e il trattamento, ridurre il consumo di risorse e territorio. .

Clima ed Energia: L’Italia alla prova

6 dicembre 2008 19:33

Il balletto delle cifre che si è succeduto nelle ultime settimane rispetto ai costi del pacchetto, ha visto l’Italia sostenere la tesi di una penalizzazione che va dai 23 ai 27 miliardi di euro all’anno, mentre per Bruxelles il costo sarebbe di 18 miliardi circa. Le cifre sono basate su un rapporto della stessa Commissione Europea che traccia ipotesi e scenari diversi, a seconda del grado di dinamicità dei Paesi UE nell’affrontare la sfida sulle rinnovabili e sull’efficienza energetica. L’Italia, in appoggio alla sua tesi relativa all’eccessiva onerosità, ha tenuto in considerazione il worst scenario, ossia la completa passività del Paese rispetto all’innovazione, il che significa solo oneri imposti e nessun investimento sulle energie pulite e sull’efficienza. Al contrario, il Commissario all’Ambiente Stavros Dimas, ha fatto notare quanto invece l’Italia sia in una posizione privilegiata, in grado di poter sfruttare le proprie risorse naturali.
Il rischio di delocalizzazione delle industrie cosiddette “energivore” è reale, visto che industrie simili di altri Paesi non sottoposte agli stessi vincoli, sarebbero favorite da questa sorta di dumping ambientale. Su questo punto il Governo Berlusconi dà continuità ad una battaglia cominciata da chi lo ha preceduto, con la differenza che Prodi non ha minacciato veti, ma ha insistito nella ricerca di un compromesso utilizzando la via del dialogo.
La terza ragione addotta per contrastare il pacchetto “clima – energia” è legata alla proposta di direttiva “CO2 auto”, perché, ed è vero, risulta sbilanciata a favore delle auto tedesche più pesanti ed inquinanti, a discapito della produzione italiana caratterizzata invece da alta efficienza e bassi consumi. Anche questa battaglia fu propria del Governo Prodi e da questo punto di vista il nuovo Governo agisce in continuità. Quello che non va bene nella strategia del Governo Berlusconi, per una questione di onestà e correttezza, è il fatto che la proposta di direttiva sulle auto all’interno del pacchetto “clima – energia” viene inserita strumentalmente, mentre ne è distinta. Il pacchetto ingloba, infatti, i seguenti provvedimenti: una proposta di Direttiva per le fonti rinnovabili, una proposta di emendamento della Direttiva 2003/87/CE sullo scambio di quote di CO2, una proposta di Direttiva per la regolamentazione dello stoccaggio geologico della CO2 (Direttiva CCS) e una proposta di Decisione per la ripartizione degli oneri di riduzione delle emissioni nei settori trasporti, agricoltura e edile (GHG burden sharing). La confusione tra provvedimenti legislativi distinti contribuisce all’indebolimento della posizione italiana, in quanto indice di un approccio superficiale o volutamente strumentale. Ancora oggi non si capisce, infatti, se il veto sarà posto sull’uno o sugli altri provvedimenti.
Oltre alle obiezioni tecniche e di merito, vi sono anche considerazioni di natura politica che guidano la mano del Governo; in particolare l’utilizzo di toni aspri ed eccessivamente polemici lasciano intuire una strategia comunicativa avente l’obiettivo di manifestare a livello europeo una scelta di campo a favore della salvaguardia di un sistema produttivo fondato sull’industria tradizionale, a discapito delle nuove produzioni “verdi”. All’unisono i Ministri Scajola, Ronchi e Prestigiacomo, nonché il premier Berlusconi, nella premessa dei loro discorsi assicurano sempre di concordare con gli obiettivi ambientali del “pacchetto”, per smontarli subito dopo in quanto “onerosi”, “ingiusti” e addirittura “catastrofici” per le sorti dell’economia italiana. Nel corso degli ultimi mesi, tra l’altro, la crisi economica ha fornito un’altra giustificazione al Governo italiano, il quale ha cominciato a sollevare obiezioni fondate sulla congiuntura negativa che, dal suo punto di vista, dovrebbe spingere a conservare piuttosto che a innovare. Un approccio paragonabile al consiglio del premier Berlusconi agli investitori di non vendere azioni e aspettare che passi la bufera, nonostante, da Obama in giù, l’unica ricetta ad oggi considerata vincente per uscire dalla crisi è quella di puntare sull’innovazione.
Nell’ambito del negoziato globale sul clima, tra pochi giorni comincerà la Conferenza di Poznan dalla quale il mondo attende risposte concrete, ma soprattutto si aspetta che l’Europa confermi la leadership dimostrata a Bali un anno fa. L’Italia allora dovrà decidere se essere un Paese europeo o essere il 51° Stato degli U.S.A. di Bush, il quale uscirà di scena a gennaio. Il nuovo Presidente americano Obama ha già dichiarato che gli U.S.A. cambieranno registro e spingeranno la comunità internazionale a combattere con determinazione per contrastare il cambiamento climatico. Obama ha anche preannunciato quella che sarà la sua politica interna in merito all’ambiente e all’energia: un investimento di 150 miliardi di dollari in 10 anni sulle energie verdi e la contestuale creazione di 5 milioni di nuovi posti di lavoro; massicce misure di risparmio energetico; progressiva sostituzione dell’attuale parco auto con vetture di tipo ibrido; ruolo crescente delle rinnovabili nella produzione di elettricità (almeno il 25% del totale entro il 2025); introduzione di un sistema nazionale vincolante di scambio di emissioni CO2.
Nei fatti, il programma di Obama è coerente e praticamente convergente con il pacchetto “clima – energia” europeo. Cosa farà il Governo italiano ora che gli U.S.A. ma anche la Cina – che ha deciso un forte investimento sulle energie rinnovabili e sul risparmio energetico nel pacchetto di risanamento di 600 miliardi di dollari – si muovono in una direzione diversa dal passato? Continuerà a tenere una posizione di retroguardia? No, non sarà così. Si accontenterà di qualche ritocco gridando al trionfo e alla premiazione della posizione italiana.
Per l’opposizione in Italia sarà una corsa a chi vorrà provare che non è così e che l’Italia ha perso. La comunità internazionale, semplicemente, tirerà un sospiro di sollievo.

600 progetti di buone pratiche

3 dicembre 2008 11:05

La banca dati GELSO gestita da APAT censisce già oggi più di 600 progetti di buone pratiche per la sostenibilità attivati dagli Enti Locali.

Il Ministero dell’Ambiente ha lavorato, nello scorso mandato, per mettere in rete APAT e le sue banche dati con il Coordinamento Nazionale Agende 21 locali italiane, con le Regioni, l’ANCI, l’UPI, l’UNCEM, gli Enti Parco, l’Associazione Comuni Virtuosi, per favorire la conoscenza, la promozione, la disseminazione e lo scambio di buone pratiche per la sostenibilità locale.

La direttiva di attuazione emanata dal precedente Ministro dell’Ambiente sul Fondo Sviluppo Sostenibile di 25 milioni di euro istituito dalla finanziaria 2007 prevedeva, tra l’altro:

  • l’attivazione di un “Osservatorio nazionale sui processi di Agenda 21 Locale e sulle buone pratiche per la sostenibilità locale” per il loro censimento, monitoraggio, analisi e valutazione al fine di realizzarne la valorizzazione e la diffusione attraverso lo scambio e la disseminazione delle informazioni: convenzione con APAT, Coordinamento Nazionale Agende 21 locali italiane, Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome, ANCI, UPI e UNCEM: 1 milione di euro;
  • il cofinanziamento di progetti di riqualificazione ambientale nelle aree urbane e metropolitane proposti dagli enti territoriali (comuni, province, comunità montane, enti parco) e dalle regioni, anche in associazione ed in coordinamento tra loro, con particolare riferimento all’acqua quale bene comune ed ai programmi di sviluppo urbano e territoriale, all’energia, ai trasporti ed alla valorizzazione dei processi di Agenda 21 Locale già attivati nonché delle buone pratiche per la sostenibilità locale, con particolare attenzione alla mitigazione ed all’adattamento ai fenomeni di cambiamenti climatici: 6.500.000 euro;
  • un contributo a United Nations Department of Economic and Social Affairs – UN-DESA (Dipartimento per gli Affari Economici e Sociali delle Nazioni Unite) per l’organizzazione del World Forum on implementation of Local Agenda 21 and Local Actions on Climate Change: 1 milione di euro.

Ora il nuovo Ministro dell’Ambiente ha modificato la direttiva, confermando i fondi per il Forum Mondiale delle Nazioni Unite sull’Agenda 21, eliminando l’osservatorio nazionale sulle buone pratiche per la sostenibilità e riducendo il cofinanziamento ai progetti di riqualificazione ambientale di Agenda 21 a 5 milioni di euro.

Ci auguriamo che il Forum Mondiale venga ora organizzato quanto prima: sarebbe l’occasione per far assumere un ruolo di primo piano alle tante realtà locali italiane che da anni credono e lavorano sulla partecipazione e sulle buone pratiche per la sostenibilità locale.

Speriamo anche che i fondi destinati ai progetti di Agenda 21 vengano finalmente sbloccati.

Purtroppo è stato eliminato l’osservatorio nazionale sulle buone pratiche, che prevedeva al suo interno una segreteria tecnica per elaborare le linee guida per la destinazione dei fondi tenendo conto in via preferenziale dell’omogeneità dell’area interessata dai progetti, anche con il coinvolgimento di più enti territoriali, dell’intersettorialità delle azioni previste, della coerenza con gli strumenti di pianificazione regionale e locale, nonché del cofinanziamento messo in campo dai proponenti.

Ci auguriamo quindi che ora, nonostante tutto, i fondi per Agenda 21 vengano finalmente spesi presto e bene a sostegno dei tanti bei progetti delle comunità locali già pronti a partire.

Nuove norme tecniche per le costruzioni e difesa del suolo

2 dicembre 2008 10:30

Una prima versione del D.M. era stata già approvata il 14 Settembre 2005 (G. U. del 23 settembre 2005). Le “nuove norme tecniche per le costruzioni” sono in vigore dal 5 marzo 2008, contestualmente alla norma transitoria che, fino al 30 giugno 2009, dà la possibilità di operare – in alternativa – con le norme precedenti del 2005, a parte le eccezioni di esclusiva competenza statale. Mentre si attende la circolare esplicativa sulle norme tecniche, necessaria per alcuni parti che, in atto, non è possibile applicare, emergono una serie di criticità sia formali sia sostanziali. A seguito di queste, ad esempio, il Consiglio Nazionale dei Geologi che ha deciso di impugnare il D.M. dinanzi al TAR del Lazio, in quanto fortemente riduttivo delle competenze professionali di tipo geologico, invece già ampiamente contemplate nelle normative precedenti. Le “nuove norme tecniche per le costruzioni” prevedono anche la disciplina degli interventi operativi nel settore della difesa del suolo (Cap. 6.3) che dovrebbero applicarsi allo studio delle condizioni di stabilità dei pendii naturali, al progetto, alla esecuzione e al controllo degli interventi di stabilizzazione. Al di là della meritoria intenzione, il suddetto capitolo risulta incredibilmente generale e lacunoso, anche rispetto alle altre parti del dispositivo. Tra le varie incongruità non vengono definite le metodologie di indagine, come pure debolmente accennati i risultati attesi: si cita testualmente “…la scelta delle tipologie di indagine e misura, dell’ubicazione del numero di verticali da esplorare, della posizione e del numero dei campioni di terreno da prelevare e sottoporre a prove di laboratorio dipende dall’estensione dell’area, dalla disponibilità di informazioni provenienti da precedenti indagini e dalla complessità delle condizioni idrogeologiche e stratigrafiche del sito in esame…”. Quello che comunque sorprende maggiormente è la mancanza di qualsiasi riferimento all’inserimento ambientale e paesaggistico degli interventi previsti. Si cita esclusivamente che “…La scelta delle più idonee tipologie degli interventi di stabilizzazione deve essere effettuata solo dopo aver individuato le cause promotrici della frana e dipende, oltre che da queste, da forma e posizione della superficie di scorrimento…”. Nulla viene riportato a proposito dell’impatto ambientale delle soluzioni proposte, della necessità di correlare tali interventi a politiche più ampie di bacino, in considerazione della ormai raggiunta consapevolezza che la difesa del suolo, intesa nella sua accezione più ampia, prefigura il superamento della separazione tra i singoli interventi sul territorio e sull’ambiente. Quante detto in seguito alla consapevolezza della complessità delle interdipendenze e connessioni tra processi naturali, assetto ed utilizzazione del territorio, pianificazione urbanistica e territoriale. Questo incredibile ritorno ad una visione della difesa del suolo intesa come intervento puntuale svincolato dal contesto territoriale e che la tragedia di Sarno aveva oramai bocciato per anacronismo e anti-scientificità pone una serie di dubbi sulle effettive strategie in atto per la protezione dei cittadini: rimane soltanto da sperare che con la promulgazione della circolare esplicativa sulle norme tecniche tali lacune vengano in parte colmate, ben sapendo che sarà però difficile recuperare una prospettiva di più ampio respiro e di necessaria complessità ed articolazione come la società del moderna richiede. Se nel prossimo futuro si dovesse anche assistere alla contrazione delle competenze di difesa del suolo all’interno delle politiche ambientali, alla limitazione del ruolo delle autorità di bacino ed alla riduzione dei finanziamenti, si potrebbe affermare che l’Italia si allontana sempre più dall’Europa e dai paesi più moderni, sostituendo la programmazione (prevenzione) con l’intervento occasionale (emergenza).

L’importanza di recuperare una visione spirituale della vita e dell’ambiente.

 10:24

Ma si è spinta fino a dimenticare la possibilità che la vita abbia un qualche senso che vada oltre le apparenze. Soprattutto in ambito occidentale, per la prima volta – dopo millenni di evoluzione umana – una intera, grande cultura ha smesso di interrogarsi sul senso della vita, sul senso della nostra stessa esistenza individuale… Con una impressionante leggerezza… E d in questo modo si è inconsapevolmente negata la profondità di sguardo, il calore della speranza, la possibilità della comprensione vera… Sempre più persone faticano a sopportare lo stress provocato dal non comprendere il senso della propria vita. La politica, l’economia, l’arte, la scienza, la pedagogia, e le stesse religioni, brancolano spesso nel buio della “mancanza di senso” e della “casualità cieca”. E questo le rende più deboli, meno coscienti, meno capaci di sostenere il cammino dell’Umanità e della Terra. Nella nostra epoca si esce progressivamente fuori dalla nebbia quando ognuno, individualmente e con impegno, comincia a scoprire che nella vita una senso c’è… Prima attraverso alcune esperienze, eclatanti o dolorose, e alcune coincidenze che “non possono essere capitate per caso…”. E poi un po’ alla volta allargando la propria visione fino a dare un senso intelligente ed utile anche alle cose che prima ci sembravano banali. E si arriva allora a comprendere che un significato c’è, che è forte e profondo, ed abbraccia tutti gli aspetti della nostra esistenza. A questo punto si scopre che con la vita si può anche dialogare in modo cosciente… Il passo successivo è considerare che questo dialogo non è uno scambio con qualcosa di indistinto, ma deve per forza svolgersi con intelligenze dotate di enormi capacità “operative”, tali da poter orientare in certe precise direzioni le nostre esperienze. Queste grandi intelligenze, capaci di creare e modificare i fatti della nostra vita e l’ambiente nel quale viviamo, sono quello che si chiama il “mondo spirituale”. Un mondo spirituale intelligente ci mette tutti i giorni di fronte all’ambiente ed al flusso di quelle esperienze che rappresentano le migliori opportunità di crescita per la nostra coscienza. Questa scoperta è molto importante. Se infatti io so perché mi trovo proprio dove sono ora, e perché mi capitano certe cose… Se so quale è il senso di questo flusso che mi viene incontro quotidianamente, e comincio ad interpretarlo in modo consapevole, allora sarò anche in grado di capire un po’ alla volta come mi devo regolare, come devo agire per essere in sintonia con questo flusso. Se riesco a rendermi conto di cosa mi offrono le varie occasioni della vita, come opportunità di crescita della coscienza, meglio e più rapidamente sarò in grado trarne frutto e vantaggio. Se invece interpreto la vita come un ammasso casuale di eventi privi di senso, altrettanto privo di senso sarà il mio comportamento ed il mio modo di agire. Che cosa è allora una visione spirituale? E’ una visione della vita che consente di interpretare quello che avviene a me ed intorno a me come un tassello importante di un vasto progetto concepito ed attuato dal mondo spirituale per la crescita mia e degli esseri intorno a me. Ed in particolare per la crescita autonoma delle capacità di ognuno di usare le proprie forze di amore e di pensiero in modo saggio e creativo. Per il bene nostro e di tutto l’ambiente di cui facciamo parte. In questo ambito il tema ambientale è fondamentale. La Natura è l’ambiente studiato apposta da un intelligentissimo mondo spirituale per consentire la crescita migliore possibile all’umanità ed a tutte le creature di Madre Terra. In una visione cosciente, quando si guarda alla Natura occorre considerare il suo ruolo di partner indispensabile della nostra crescita. Questo ruolo va salvaguardato ad ogni costo. Non c’è nulla nella Natura che non sia stato studiato e creato appositamente per partecipare a questo meraviglioso progetto. La sensibilità ambientale dovrebbe rivolgersi a tutto ciò che costituisce l’ambiente delle opportunità di crescita. Ed ogni fenomeno, ogni tendenza, ogni atto che ha a che fare con questo ambiente dovrebbe essere valutato per la sua capacità di aumentare o diminuire le occasioni di crescita per la coscienza. Se qualcuno decide di abbattere una foresta, o di rovinare l’acqua o l’aria o la terra di un bel posto, il problema è grave da tanti punti di vista: della nutrizione, della salute, economico, estetico, dell’ecosistema… Ma a questi si aggiunge anche il fatto che quegli ambienti – creati con grande saggezza e senso artistico per sollecitare le qualità ed i talenti degli esseri che non casualmente ci sarebbero passati o ci avrebbero vissuto – rischiano di perdere parti importanti della loro capacità di favorire la crescita delle coscienze. Lo stesso vale se qualcuno decide di inquinare certi ambienti psichici con pensieri e sentimenti bassi, egoistici, illusori, troppo connessi solamente alla vita materiale e sensoriale… Privi di amore e di consapevolezza. Anche questi ambienti vanno salvaguardati… Forse quello che serve è un nuovo ambientalismo a tutto tondo, un ambientalismo cosciente che si occupi di tutte le minacce al bellissimo ambiente della crescita. E lo faccia mettendosi in sintonia con i meravigliosi progetti non casuali del Mondo Spirituale. Nota: Per sviluppare questi temi e portarli nella società civile, è stata fondata nel mese di settembre, nei giorni di San Michele, una Rete aperta di supporto spirituale alla crescita delle coscienze ed a Madre Terra. Per saperne di più vedi il sito www.unaretedamore.net

Ecomafie – Novembre 2008

 09:43

5) EMILIA ROMAGNA. Presentato il rapporto dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente. Un dato molto allarmante consiste nell’aumento della presenza criminale in Emilia Romagna. Le organizzazioni malavitose stano investendo nel ciclo del cemento e nella gestione dei rifiuti.
6) ITALIA. Presentato l’annuario statistico italiano 2008. I sequestri dei Noe per il 2007 hanno un valore totale di 726 milioni di euro. Nel 37% dei casi i controlli effettuati dai Carabinieri hanno consentito di riscontrare irregolarità.
7) CALABRIA. Crotone, veleni sotto la questura. Minerali fosfatici sono stati trovati sotto il piazzale della Questura di Crotone. Sul materiale sono stati disposti accertamenti per verificare se si possa trattare di fosforite,un minerale che contiene uranio 238.
8) LAZIO. Malagrotta, sigilli al gassificatore. All’impianto romano mancavano la certificazione di prevenzione incendi e altri requisiti di legge. Prima della data fissata per l’inaugurazione l’impianto era già in funzione.
9) CALABRIA. Discarica abusiva a Vibo Valentia. La Guardia di Finanza ha sequestrato a Vibo Valentia un’area di circa 200 mila metri quadri adibita a discarica abusiva di rifiuti, alcuni dei quali altamente tossici e pericolosi.
10) ARCHEOMAFIE. Largo ai tombaroli. Con due emendamenti (n.2076 e n.2077) alla Finanziaria, denominati Riemersione di beni culturali in possesso di privati, è stato proposto un condono per il possesso illecito di reperti archeologici e opere d’arte, riesumando una proposta già avanzata in Parlamento nel 2004.
11) CAMPANIA. Discarica record a Napoli.Deviato l’alveo di un canale. L’area sequestrata dalla Guardia di finanzia si estende per circa 290mila metri quadrati.
12) ABUSIVISMO EDILIZIO Nel 2007 sono sorte 732mila nuove costruzioni. Così avanza l’Italia del mattone. Tra il 1990 e il 2005 in Italia è stato mangiato il 17,06% del territorio. Puglia, Liguria, Sicilia, Calabria e Sardegna al centro di un focus utile a fare un quadro del fenomeno diffuso nell’intero paese.

Il ruolo degli enti locali nello sviluppo delle Energie Rinnovabili

1 dicembre 2008 10:20

Fino a pochi anni fa tutti coloro che si occupavano di energie rinnovabili, di bioarchitettura, di costruzioni bioclimatiche o di biocarburanti venivano additati come sognatori e qualche volta anche folli. Il rispetto dell’ambiente era considerato come un fattore in grado di ostacolare e frenare la crescita economica e non un valore comune in grado di portare ad un nuovo tipo di sviluppo, uno sviluppo che fosse sostenibile.
Eppure senza quei primi utopisti oggi non si potrebbe prendere in seria considerazione la possibilità di convertire un intero sistema verso una economia non dipendente dal petrolio. Per quanto riguarda le abitazioni, le costruzioni ecologiche e la certificazione energetica sono diventati argomenti familiari a molti operatori ed architetti ed ingegneri si stanno specializzando per rispondere alle esigenze. Anche nelle università si sono introdotti corsi specialistici per formare le nuove leve su questi temi. Il mercato delle costruzioni ecologiche si sta avviando sia dalla parte della domanda che della offerta e questo rende speranzosi sulla effettiva qualità delle nuove costruzioni.
Anche molte Amministrazioni Pubbliche partecipano attivamente alla rivoluzione in atto e stanno elaborando nuovi Regolamenti Edilizi che saranno lo strumento per rendere definitivamente familiare anche ai costruttori la questione della produzione attiva di energia da fonti rinnovabile, da una parte, e di attenzione ai temi dell’efficienza energetica, dall’altra.
Un discorso a parte, invece, merita il risparmio energetico delle costruzioni già realizzate sulle quali occorre utilizzare nuovi strumenti e meccanismi di promozione. Le abitazioni italiane sono fra le peggiori in termini di prestazioni energetiche mentre contemporaneamente gli italiani si confrontano fra le bollette energetiche più care fra i paesi occidentali.
Esistono degli incentivi finanziari, come i certificati bianchi o le detrazioni fiscali, ma questi non si sono rivelati sufficienti ad avviare una trasformazione del patrimonio italiano. Il problema sembra soprattutto di tipo culturale ed il ruolo delle Amministrazioni Pubbliche è fondamentale per sensibilizzare i cittadini e fornire loro il necessario supporto informativo per aiutarli nelle scelte quotidiane e negli investimenti.
Intervenire su un bene che già è considerato come il vero patrimonio familiare significa contemporaneamente considerare che quel patrimonio non è sufficientemente prezioso ed andare incontro a spese e disagi quotidiani durante l’esecuzione dei lavori. Come si vede gli ostacoli sono soprattutto di tipo sociale e culturale e vanno affrontati tenendo conto di questi aspetti e non solo attraverso calcoli di convenienza economica.
Ma il ruolo delle Regioni è ancora più rilevante. Il passaggio fondamentale che definirà la sostenibilità delle energie rinnovabili è la creazione di filiere energetiche ossia di sistemi chiusi di produzione ed utilizzazione di energie rinnovabili che siano in grado di creare una “economia rinnovabile”.
La sfida del futuro è quella di creare vantaggi distribuiti, sociali ed economici, partendo dal rispetto dell’ambiente. E questa sfida è tanto più urgente in quanto le trasformazioni macro-economiche stanno rapidamente ridisegnando la mappa delle produzioni tradizionali mentre il ruolo dell’energia è sempre più determinante nella competitività e nella sostenibilità del nostro paese. Il compito delle Regioni, e più in generale delle istituzioni, è quello di aiutare il sistema a cambiare considerando che le energie rinnovabili, l’efficienza energetica e, più in generale, il rispetto ambientatale, possono costituire i cardini attorno ai quali costruire una nuova economia e le basi per aiutare tutto il sistema ad essere ancora competitivo.